Lo straordinario passato dell’avvenire

Chissà se questo libro potrà servire a esorcizzare un futuro paventato, o a consolidare l’aspettativa di eventi sperati, o a capire meglio i nostri meccanismi psicologici e mentali quando pensiamo alle variabili possibili di ciò che dobbiamo aspettarci in campo economico, geo-politico, ecologico, sanitario, a livello sia sociale sia personale. Ma certo la ponderosa Storia dell’avvenire di Georges Minois (ed. Dedalo, pagg. 596, euro 33, traduzione di Manuela Carbone), ci offre un quadro assai serio e articolato di quella che è stata, da sempre, a partire dai profeti fino ai futurologi e ai «prospettivisti» moderni, una preoccupazione costante degli uomini: prevedere che cosa li attende al varco.
Quando, a Lascaux, l’uomo primitivo disegna un bisonte trafitto dalle frecce, o spruzza con la sua bocca il colore sulla mano appoggiata alla parete in modo da lasciare la propria impronta in negativo intorno ai disegni delle sperate prede della caccia, non fa altro che un sortilegio e un atto propiziatorio volto a garantire il successo delle sua gesta. Predire significa dominare il futuro. E se l’uomo di Neanderthal pronosticava una fortunata cattura di selvaggina per l’indomani, l’uomo moderno vorrebbe presagire l’andamento di Wall Street, o l’opportunità della pace in un teatro bellico, o se sarà licenziato, o se il matrimonio terrà.
Le necessità della vita esigono che agiamo come se sapessimo. Nella vita quotidiana, per ovviare a un possibile smacco o alle angherie del capufficio e calcolare dunque le migliori mosse preventive, ognuno cercherà di arrangiarsi ragionevolmente da solo, ma per gli eventi che sfuggono all’influenza individuale c’è bisogno di «esperti», di chi, ricevendo o mistificando la fiducia della comunità, vengono investiti di una capacità interpretativa e preveggente, da cui può dipendere tutto, l’abbandono di una terra, lo scatenamento di un conflitto, l’imposizione di un nuovo corso comportamentale. È proprio su questi presunti esperti, o meglio sulla generale pulsione umana a ricorrervi, che Minois costruisce la sua storia straordinaria.
Per Sumeri e Accadi, la conoscenza del futuro si fonda su una combinazione tra rivelazioni divine (di cui sono destinatari naturalmente gli esperti) e conoscenza del mondo naturale. In Mesopotamia, infatti, se con l’astrologia si cerca di prevedere l’avvento di catastrofi ed epidemie, oppure di raccolti abbondanti e di prosperità, o se si tiene d’occhio Marte, simbolo del dio Amurru, nemico dei babilonesi, ciò avviene in concomitanza con lo sviluppo di studi matematici e astronomici. Così come lo sviluppo della diagnostica e della pratica medica consentiva un pronostico attendibile. Rivendicando una voce di Dio che li spinge, talvolta loro malgrado, ad annunciare la sua volontà, i grandi profeti d’Israele combattono contro i falsi profeti, che distolgono il popolo dall’indispensabile riforma morale, dal pentimento necessario, e questi grandi profeti «indipendenti», come Geremia, messo in prigione per aver predetto la rovina di Gerusalemme, diventano a volte dei guastafeste, il potere può usarli o distruggerli.
È a Delfi, nella Grecia classica popolata di oracoli, che si compie una svolta importante: la divinazione induttiva. Gli dèi parlano agli uomini attraverso segni ed enigmi che solo gli indovini particolarmente illuminati possono comprendere e interpretare. Un salto successivo è forse quello che si svolge a Roma dove, una volta stabilizzato l’impero, il futuro diventa un affare di Stato, e l’esito dell’oracolo dipenderà dalla capacità di decifrarlo e magari di guidarne ad arte l’interpretazione. Il contadino o il mercante potranno pure, in privato e in segreto, interpretare il volo degli uccelli o le viscere di un animale sacrificale, ma, per le spedizioni e le guerre, le politiche economiche e sociali, le alleanze e i colpi proditorii, è solo l’imperatore che deve sapere, attraverso un vero e proprio ministero, creato all’uopo, e costretto al segreto.
Per secoli, dall’Alto al Basso Medioevo, il duro lavoro della Chiesa per disciplinare il futuro deve far fronte a trasgressioni e a severi assalti anche al suo interno. Malgrado il ragionevole e forse abbastanza spontaneo sincretismo avviato fra le diverse tradizioni profetiche, le ossessioni di un futuro crudele, di un’apocalisse millenarista s’impossessa della gente comune, e anche di preti e monaci che credono nei sogni, nelle visioni e nei presagi più paurosi. Solo con san Tommaso d’Aquino si compirà una regolamentazione della profezia.
E non sarà finita, perché la riscoperta e il trionfo, nel XV secolo, dell’astrologia, e lo spargersi della divinazione presso il popolo, ma anche nelle corti, portano a una proliferazione spettacolare di maghi e indovini, ai quali si ricorre in tutte le circostanze delicate dell’esistenza, dalla malattia al matrimonio infelice, dalla scelta difficile al desiderio di conoscere il sesso del nascituro erede, tutte cose da risolvere cercando di individuare la volontà divina, magari solo con l’aprire la Bibbia a caso per interpretare il primo passaggio che capita. Per Montaigne, sarebbe meglio regolarsi gettando i dadi. Fu un periodo di grandi contrasti: a ogni Pico della Mirandola con le sue Disputationes adversus astrologiam divinatricem, sorgeva un Nostradamus con le sue Prophéties, cioè le Centurie fin troppo celebri ancora oggi.
Seguendo questo filo tenace, e vorremmo dire questa connaturata patologia, si giunge alla biforcazione utopia-futuro: la profezia dovrebbe realizzarsi anche senza il concorso cosciente degli uomini, mentre l’utopia può sperare nella concretizzazione solo sotto forma di azione politica. L’utopia, osserva Minois, assume valore predittivo unicamente diventando ideologia, a causa del suo carattere radicale e universale. E a partire dalla Nuova Atlantide di Bacone il paventato pericolo di questo vagheggiamento morboso si fa grido nel deserto. A che cosa servirà il caustico spirito di Swift nei Viaggi di Gulliver per mettere in luce la vanità dell’utopia? Chissà, forse l’utopia può essere una predizione solo se resta un sogno: come l’immagine di Narciso, essa si distrugge nel momento stesso in cui tenta di verificare la sua materialità. Già alla fine del XVIII secolo, Louis-Sébastien Mercier, nel suo L’Anno 2440, «concepisce una società utopica perfetta, che Stalin non sarà molto lontano dal realizzare, fornendo a George Orwell le caratteristiche essenziali del suo inferno controutopico di 1984». C’è da chiedersi se, concluso il XX secolo, il «secolo breve», vi siano oggi delle utopie. Minois dice di no, perché non vi sono più illusioni. «L’ecologia è forse l’ultima; auguriamole di restare un sogno».