Strategie vincenti contro il linfoma

Luigi Cucchi

La giornata nazionale per la ricerca sul cancro, tenutasi il 27 novembre, ha sensibilizzato gli italiani sui risultati già raggiunti nella lotta a questa patologia che provoca ogni anno oltre 160mila decessi, il 28% della mortalità complessiva italiana. Vengono diagnosticati ogni anno 270mila nuovi casi di tumori. Negli ultimi trenta anni vi è stata però una riduzione del 2% all’anno. A partire dal 1978 la sopravvivenza è aumentata: a cinque anni è superiore al 47%. Per alcune forme neoplastiche si supera anche l’80%. La diagnosi precoce, che consente la rimozione del tumore prima della diffusione nell’organismo delle cellule metastatiche, è fondamentale. Analizziamo con l’aiuto di noti oncologi alcuni risultati acquisiti nella guerra al cancro. Molte le battaglie già vinte, ma la strada verso la sconfitta della malattia è ancora lunga e insidiosa.
I linfomi sono i più frequenti tra i tumori del sangue. Nei Paesi occidentali la loro incidenza è di dieci nuovi casi ogni centomila abitanti: nell’Unione europea sono diagnosticati 70mila nuovi casi ogni anno. Colpiscono il sistema linfatico da cui originano e si diffondono agli altri organi ed ai tessuti dell’organismo. Abbiamo assistito, negli ultimi venti anni, ad un progressivo aumento dei linfomi maligni che si formano e sviluppano per cause ancora ignote. Aumentano con l’età, colpiscono più gli uomini che le donne. Sono malattie ben distinte dal punto di vista istologico e richiedono differenti programmi terapeutici. Tra i linfomi maligni sono state identificate due grandi classi: i linfomi di Hodgkin e quelli non-Hodgkin. «Nei primi abbiamo ottenuto grandi risultati terapeutici, sono il vanto della moderna onco–ematologia», ricorda il professor Sergio Amadori, presidente della Società italiana di ematologia e direttore della cattedra dell’università Tor Vergata di Roma. «Tra i linfomi non-Hodgkin distinguiamo quelli indolenti, che iniziano lentamente, rispondono bene alle terapie, ma è difficile eradicarli, in quanto si presentano ad intervalli di tempo sempre più ravvicinati e quelli aggressivi che hanno un andamento tumultuoso ed un’evoluzione rapida. Vanno affrontati con tempestività, ma paradossalmente, quelli aggressivi rispondono meglio alla terapia. In sintesi la percentuale di guarigione dei pazienti con linfoma di Hodgkin si aggira attorno al 70–80%, per i non-Hodgkin aggressivi si arriva al 50%, mentre per le forme indolenti si registra il 20–30%, ma il paziente ha elevate probabilità di vivere molti anni con la sua malattia». Il linfoma è una neoplasia tra le più guaribili.
«Quelli aggressivi hanno più cellule in proliferazione, ma è più efficace l’azione dei nostri farmaci», precisa il professor Sante Tura, cattedra di ematologia all’università di Bologna. «La cura dei linfomi non Hodgkin a basso grado di aggressività o indolenti ha dato risultati discreti con la chemioterapia convenzionale fino alla fine degli anni Novanta. Poi, con la scoperta del primo anticorpo monoclonale e lo sviluppo dell’immunoterapia, si sono registrati indubbi vantaggi, ma la percentuale di risposte positive dei pazienti è soprattutto migliorata associando chemioterapia e anticorpo monoclonale. I pazienti che dopo 3–5 anni non presentano una ripresa della malattia possono essere considerati guariti», afferma Pier Luigi Zinzani, professore associato di ematologia e oncologia medica dell’università di Bologna. L’anticorpo monoclonale rappresenta una chiave che entra in una serratura, chiamata antigene, presente sulla cellula tumorale e solo in quella. Associando all’anticorpo monoclonale un farmaco o, come nella radioimmunoterapia, un isotopo che emette radiazioni ionizzanti, si deposita, in maniera selettiva sulla cellula tumorale un carico in grado di distruggerla o di identificarla. Questi farmaci «intelligenti» colpiscono il bersaglio tumore, risparmiando i tessuti sani. Sono quindi selettivi sul tumore e meno tossici per il paziente. Rappresentano il vagone di un ipotetico convoglio che raggiunge selettivamente gli antigeni presenti nelle cellule di molti linfomi. A questo veicolo è stato agganciato, con un legame chimico, un isotopo radioattivo che colpisce la cellula tumorale.
«Nella terapia con radioisotopi – afferma il dottor Emilio Bombardieri, presidente della Associazione italiana di medicina nucleare e Imaging molecolare e direttore dell’unità di medicina nucleare dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – l’anticorpo monoclonale si fissa ad un antigene del tumore portando con sé il radioisotopo. È un trattamento efficace, che comporta tossicità ed effetti collaterali ridotti e poco frequenti, ben sopportati dal paziente e oggi con rischi conosciuti e controllabili. La prima radioimmunoterapia autorizzata in Europa è costituita da un anticorpo monoclonale (ibritumomab) legato ad un radioisotopo (ittrio 90) mediante un solido agente legante (tiuxetano)». L'innovazione è data anche dal fatto che l'intero ciclo di cura si completa nell'arco di una settimana e non è poi ripetuto. Il farmaco Zevalin, dopo la sperimentazione clinica in diversi Centri italiani e stranieri, è stato autorizzato nel trattamento dei linfomi non-Hodgkin indolenti resistenti o in recidiva dalla Food and Drug Administration (FDA) ed in Europa dall’agenzia Emea. I risultati finora conseguiti sono ritenuti molto soddisfacenti dalla comunità scientifica: anche nei casi in cui altri farmaci avevano fallito si è registrata una regressione del 70–80% dei linfomi a basso grado di aggressività e del 50% di quelli ad alta aggressività. In molti Centri oncologici questo farmaco è impiegato anche nelle fasi iniziali della malattia.
Zevalin offre una nuova speranza nella lotta contro i linfomi. L’industria tedesca Schering AG, che lo ha messo a punto, è da oltre trent’anni tra le imprese farmaceutiche (26mila addetti, 140 consociate a livello mondiale) più impegnate nell’area oncologica. I suoi ricercatori a metà degli anni Settanta misero a punto il primo farmaco ormonale per la cura del carcinoma prostatico, ancora oggi uno tra i più impiegati. Poi, nei primi anni Novanta, è stato scoperto un principio attivo, tuttora ampiamente utilizzato nella pratica clinica per la cura della leucemia linfatica cronica e del linfoma non-Hodgkin. Ha rappresentato una vera e propria tappa evolutiva nella terapia di queste neoplasie per la sua reale efficacia ed i ridotti effetti collaterali. Essendo disponibile anche nella formulazione orale consente di evitare il ricovero per il trattamento. Ora i ricercatori di Berlino sono impegnati nella messa a punto di cure per i tumori solidi. È allo studio una molecola della classe degli inibitori dell’angiogenesi. Cioè quei farmaci che ostacolano lo sviluppo delle cellule tumorali bloccando i vasi sanguigni. Saranno impiegati nella cura dei tumori del colon retto, del polmone, della mammella, del rene.