Lo Strega è di Paolo Giordano

Il premio letterario caratterizzato dall'exploit de "La solitudine dei numeri primi" e dal suo vittorioso testa a testa con Ermanno Rea

Al ninfeo di Villa Giulia, come ogni anno, si è vissuta, ieri sera, la fase finale del Premio Strega che, con il Campiello e il Bancarella, è «croce e delizia» di tutti gli editori italiani. Quest’ultimo, però, è stato uno Strega diverso dagli altri. Almeno per due motivi: la vittoria del giovanissimo Paolo Giordano e la rivoluzione causata dalla scomparsa di Anna Maria Rimoaldi.

Il primo motivo di novità (Giordano) è più da lettori, squisitamente fatto di fogli e inchiostro. Meno da operatori culturali, da critichini o criticoni (a seconda dei ranghi e delle testate) attenti agli equilibri (fatti con bilancini di precisione) del mondo letterario. Quest’anno a vincere il premio, che fu voluto da Maria e Goffredo Bellonci per rivitalizzare la cultura italiana uscita malconcia dalla Seconda guerra mondiale, è incredibilmente un autore esordiente: Paolo Giordano. Un trionfo guadagnato duellando voto a voto con alcuni pesi massimi dell’editoria nostrana, strappato dalla incredibile forza de La solitudine dei numeri primi. Gli altri quattro in cinquina erano Cristina Comencini (L’illusione del bene, Feltrinelli), Diego De Silva (Non avevo capito niente, Einaudi), Lidia Ravera (Le seduzioni dell’inverno, Nottetempo) ed Ermanno Rea (Napoli Ferrovia, Rizzoli). Insomma niente male per un ragazzo classe 1982, il quale ha scalato le classifiche con un romanzo d’esordio che ha il raro dono di mettere d’accordo il grande pubblico e i lettori professionali, quelli che hanno la stroncatura comprensibilmente facile.

L’alchimia è tutta in un libro, precocissimamente segnalato dal Giornale, che è forse un po’ ingiusto etichettare con la formula un po’ frusta di «romanzo di formazione» (espressione che si porta dietro sempre un che di pedagogico). Ciò che ha colpito i lettori è che c’è qualcosa di vero nella descrizione dei personaggi, una rara capacità di raccontare l’anatomia dei sentimenti e la loro incomunicabilità. Il tutto con una scrittura linda e scorrevole, analitica quanto il richiamo ai numeri primi del titolo che, invece, ha fatto breccia in chi legge per professione. Ecco spiegati quei 71 voti ottenuti nelle «eliminatorie» del 19 giugno che hanno portato il giovane Giordano a essere l’outsider presentatosi come favorito su un veterano come Ermanno Rea, arrivato alla finale con il viatico di 68 voti (gli altri finalisti, De Silva, Comencini e Ravera, avevano raccolto, rispettivamente, 58, 51 e 35 voti).

Certo, anche così la partita del premio è rimasta aperta sino all’ultimo, fatto che non accadeva da anni (giusto per fare un esempio, l’anno scorso chiunque in odor di essere un operatore culturale avrebbe scommesso, azzeccandoci, sulla vittoria di Niccolò Ammaniti).

Il romanzo del veterano Rea, che racconta un pezzo di Napoli infernale, dove una enorme «palazzata» toglie la vista del mare e la speranza, ha moltissimi meriti letterari ed è stato sostenuto sino all’ultimo da chi nella giuria ne apprezzava l’attualità. Esattamente come il libro della Comencini, era da mesi accreditato per essere almeno «un cavallo piazzato». Al di là di un Giordano vincitore - ancora ieri pomeriggio, sentito al telefono, ci diceva: «No, per favore l’intervista no... Mi basta essere qui, sono emozionato per il fatto di esserci, non per l’eventualità di vincere... Non c’è tanto altro da dire...» - ciò che conta è che si sia fatto strada uno scrittore giovane che deve molto del suo successo al passaparola. Che un esordio, lo scriviamo consci di essere un poco tifosi della nostra «scoperta», sia riuscito a guadagnarsi una vetrina del genere, giocando la partita ad armi pari con autori blasonati e molto bravi.

Quanto al secondo motivo di novità: l’assenza della Rimoaldi, di quella che per vent’anni è stata, nel bene e nel male, la «zarina» degli Amici della domenica (cioè dei giurati) ha aperto una fase nuova. Erede di Maria Bellonci, la sua conduzione della complessa macchina che gestisce il premio ha attirato consensi e critiche. Dipinta come una «burattinaia», capace di condizionare, quasi per malía, le votazioni dello Strega, veniva spesso accusata, per lo più sottovoce, di controllare una quota di voti «blindati». Vero o no che fosse, è certo che con lei il premio ha ripreso fiato economicamente, anche se rimettendoci in suspense. Con lei la Fondazione Bellonci, nata dopo la scomparsa di Maria, è cresciuta in spessore, arricchendosi di iniziative legate alla diffusione della lettura e della narrativa italiana (con un occhio anche alla promozione all’estero).

Così in molti hanno trepidato, osservando l’andamento della prima selezione dello Strega svoltasi senza l’occhiuta guida della sua ventennale madre adottiva. Un nuovo corso, insomma, meno «centralizzato» e più ariosamente in stile Tullio De Mauro. Un nuovo corso su cui non sono mancate le polemicuzze di rito, ma che sembra avviarsi a sorti meno monocratiche, si vedrà poi se magnifiche e progressive (molto dipende dagli sponsor).

Insomma, sembrerebbe che con Paolo Giordano sia iniziato uno Strega nuovo e un po’ più al cardiopalmo, dove i giovani non passano come meteore sapendo benissimo che la gara vera è per gli altri. Non sarà ancora la rivoluzione di cui parlava De Mauro (con l’idea di ringiovanire anche i giurati) ma sicuramente è un bel segno.