Lo «stupefacente» Jünger nelle tempeste dell’ebbrezza

Oppio, hashish, peyotl, Lsd. Un percorso di avvicinamento a quel senso di «stupefazione» filosofica che precede la nascita dell’arte. Fino al punto in cui le sostanze inebrianti non servono più

Cannabis: per una “batosta” memorabile ne bastò una cucchiaiata, tirata su col manico dello spazzolino da denti e mandata giù di nascosto dalla mamma che trafficava nella stanza accanto di un vecchio albergo di Halle. La madre era una vecchia signora di Monaco che sapeva a memoria il Faust di Goethe, faceva il tifo per le suffragette e, cresciuti i cinque figli, poteva finalmente concedersi il piacere di viaggiare, magari con uno di loro. Il figlio in viaggio con lei nei primi anni Venti, era l’Ernst Jünger non ancora trentenne ma già autore acclamato (di Nelle tempeste d’acciaio), eroe decorato e ufficiale in licenza tornato agli studi universitari e a curiosità naturalistiche anni luce lontane dalle scienze del papà positivista e farmacista. Non poteva non attrarlo il vasetto di Extractum trovato tra le anticaglie in hotel: una marmellata di canapa indiana stagionata dai tempi in cui i medici somministravano «foglie, fiori, radici e scorze, non principi attivi», e in cui era buona regola consumare l’essudato di marijuana «contro insonnia malinconia e depressione». All’assaggio seguirono in effetti torpore, euforia, buonumore, cresciuti per la dose troppo generosa, «forse mortale», fino all’esaltazione, al panico, e a uno stordimento più profondo del sonno. Ne riemerse con le caraffe di caffè nero versate dal dottore chiamato dalla madre in ansia per i postumi di un’indigestione. Tutta colpa della carpa alla polacca mangiata la sera prima al ristorante della stazione, credé fino all’ultimo la donna.
Quando Jünger racconta l’episodio - alla fine degli anni Sessanta - la sua mamma non c’era più. Poteva così rivelare tutti i precedenti della disavventura che concludeva il già lungo percorso degli Avvicinamenti cui intitola il suo diario su Droghe ed ebbrezza pubblicato in Germania nel 1970 tradotto in Italia nel 1982 (ed. Multhipla) e finalmente riproposto da Guanda nella storica versione di Ugo Ugazio e Chiara Sandrin con l’aggiunta dei coevi Parerga.
Con l’oppio, la tintura bruna, il succo del papavero, il distillato orientale, aveva stretto amicizia a guerra appena finita e perduta: mai come allora si era sentito «più debole, più vulnerabile». E la polvere nera, «che mummifica», fu per il reduce sconfitto una consolazione più tetra e cupa di quella fatua e frivola offerta pochi anni prima dalla cocaina, la polvere bianca, la neve «che congela»: «un’ovatta dai riflessi di seta» allora di gran moda - «in guerra ci si faceva di coca» - fornita da un amico con una promessa di prodigi letterari («la tua penna volerà sulla carta») disattesa con somma delusione. Prima c’erano state solo ragazzate. L’etere: comprato in farmacia «per curiosità, noia, spavalderia?». Il cloroformio: provato per una devozione di lettore a Maupassant riconosciuta al prezzo di suscitare «il sorriso indulgente di qualcuno».
Col tempo però, molto tempo, tanto da comprendere l’intervallo di un’astinenza trentennale - dopo la carpa avvelenata «per trent’anni non toccai più il ferro rovente con cui mi ero scottato» -, Jünger si lasciò alle spalle il bisogno di schermirsi dall’indulgenza dei letterati (e fior di letterati sarebbero stati le sue guide a fuorvianti dissolutezze: Baudelaire, Huxley Benn, De Quincey, Michaux), dalle frivolezze modaiole dei cocainomani o dal giudizio materno. E poté riferire con sublime disinvoltura di un simposio notturno a base di funghi - funghi messicani: psilocibi, allucinogeni - consumato con quattro egregi commensali in atmosfera di solenne festosità: chiusa al piano di sopra la Stierlein, «il torello» (soprannome zodiacale di Liselotte, la seconda moglie), spenti gli elettrodomestici, accesi gli incensi e indossate gellabe orientali e tuniche marocchine. O della corsa in groppa alla tigre reale, l’Lsd - «in confronto la mescalina era un gattino domestico» - cavalcata in compagnia del suo domatore Albert Hofmann, dell’editore Ernst Klett e di un altro luminare della fitochimica che, calatosi nel ruolo, danzava una danza cinese con un abat-jour rovesciato sulla testa.
Ridicoli? «Non si ride mai impunemente» sapeva e scriveva Jünger. «Le mode - semmai - suscitano un’impressione comica» aggiungeva, consegnando con buona coscienza al pubblico il diario delle sue ebbrezze. In pieni anni Settanta perfino i figli dei fiori, presi da complice curiosità, lo infilarono nello zaino, e non devono averlo letto senza sorpresa e sconcerto. A questo appunto mirava Jünger, chiamando col nome di Ebbrezza - attraente anche per inghirlandati giovanotti con le zampe di elefante - la stupefazione o, che è lo stesso, la filosofica meraviglia. E ci arrivava con il suo libro più stupefacente (è la parola giusta), filosoficamente azzardatissimo. Scandito nella sua gestazione dalla domanda che Ippolito d’Este pose all’Ariosto: «Dov’è andato a pescarle messer Ludovico tante corbellerie?». Messo a punto nel suo impianto sistematico come «un veicolo da cui si esce diversi». Aperto per chiunque volesse salirci a bordo per farsi attraversare «agevolmente, pagina dopo pagina» come un percorso di avvicinamento illuminante, inebriante: senza l’ausilio di droghe. L’autore, che le aveva provate tutte - «gli esperimenti sono meglio degli insegnamenti», scrisse nei diari - aveva imparato a costo di scottarsi che Sola dosis facit venenum e che la dose si poteva ridurre fino a farne a meno del tutto. Come Maometto, che perveniva all’estasi rinunciando all’alcol, o Gurdjeff, il mago del Caucaso che invece «amava le acquaviti forti» ma sfiorava la contemplazione con la danza rotante dei dervisci, o al limite come sant’Antonio, che nel deserto toccava l’ascesi coltivando il digiuno, la tentazione, la fame spirituale, il desiderio inestinguibile.
È con lo spirito dell’edonista impenitente che Jünger elegge il santo flaubertiano a figura di esemplare asceta ebbro. Lo sceglie da gaudente, da vero epicureo: cauto nell’esagerazione perché «il piacere ne sarebbe messo in pericolo. Egli gode del tempo, a differenza del tossicomane. E tiene il piacere in pugno».
È solo questione di tempo, allora. E con il tempo si afferra - e si tiene in pugno - il nocciolo teoretico degli Avvicinamenti, nascosto (come sempre nei testi jüngeriani) nella polpa succosa della narrazione e nella sostanza gustosa del diarismo più ironico. Il tempo della scienza: la farmacologia paterna o la medicina tardomoderna che vedono le droghe come psicotropi eccitanti o narcotici. Il tempo della tecnica e del lavoro: che ne fanno un alimento per i nervi, stimolante, dopante o sedativo. Il tempo delle mode: che inducono hippies (o habitué dell’Hotel Pimodan) a eccessi, dipendenze, assuefazioni nemiche all’ebbrezza. L’“uomo musico“, l’amico delle muse, ci si avvicina in modo diverso: avvertito del rischio di Narciso, che uccide la sete affogando nell’ombra del suo desiderio, pure si spinge fino alle acque perigliose «dove lo Stige confluisce nel Lete», la perdizione nell’oblio: «È lì che sgorga la fonte Castalia», sorgente di poesia. Che potesse scorrere «come se si dilatassero le riserve del tempo» non era per Jünger trovata metaforica o effetto di un’allucinazione. Tutti sanno che gli mancava un mese a compiere 103 anni quando se ne andò otto anni fa. Albert Hofmann, invece, il suo ultimo simposiarca, il papà dell’Lsd, l’estremo «erede degli antichi maghi», ha compiuto 100 anni settimana scorsa (l’11 gennaio): vivo vigoroso e vegeto tra i boschi svizzeri di Rittematte.