Tutto è cambiato dal "Viaggio in Italia". Tranne le emergenze

«Esiste ancora l'Italia di Guido Piovene?» è la prima domanda, la più ovvia, che mi sono posto aprendo la nuova edizione Bompiani dell'ormai antico (1957) e per sempre mitico Viaggio. «Esiste ancora l'Italia?» è stata la domanda successiva, meno ovvia e più dolorosa: siccome ultimamente mi sforzo di essere ottimista (cuor contento il ciel l'aiuta) ho cercato di soffocarla, purtroppo senza riuscirci. Dunque ho viaggiato nelle 896 pagine dell'epocale librone alla ricerca di risposte ai due quesiti, aiutato dall'indice dei nomi, dalla suddivisione in capitoli e capitoletti, dall'attenzione che l'aristocratico autore (cognome completo Piovene Porto Godi) dedica a ogni provincia, fosse pure irrilevante e remota.

Di sicuro non esistono più le miniere di zolfo e di carbone (rispettivamente siciliane e sarde) alle quali vengono dedicate molte pagine, da saltare senza rimpianti. Non esiste più nemmeno la riforma agraria, la legge che in quegli anni frantumò i latifondi fra grandi polemiche: altre pagine che ci si può risparmiare. Fino a pochissimi anni fa sembravano non esistere più nemmeno le Tre Venezie a cui il veneto Piovene intitola il primo capitolo: da qualche tempo, ringraziando San Marco, il deprimente, riduttivamente statistico termine «Nord-Est» viene usato molto meno e qualcuno torna a dire «Triveneto» per sottolineare l'unità culturale di Venezia Euganea, Venezia Giulia e Venezia Tridentina. Quest'ultima però senza la provincia di Bolzano che adesso nessuno, neanche il governatore Zaia, neanche gli animatori del referendum autonomista del prossimo 22 ottobre, sognerebbe di annettersi. «Nell'Alto Adige si hanno oggi due terzi, oramai scarsi, di tedeschi, contro un terzo abbondante d'italiani importati. Le proporzioni mutano a nostro vantaggio» scrive Piovene in una fase che, nonostante la caduta del fascismo, era ancora di italianizzazione. In seguito la tendenza si è capovolta e così nei paesi gli italiani si sono estinti e nei centri più grandi contano poco o nulla. Qui in sessant'anni è davvero cambiato tutto. Ma anche altrove, per non dire ovunque.

Primo esempio: «Esiste ancora a Venezia un paio di vecchie che non si sono mai spinte in piazza San Marco, non ritenendosi vestite in maniera degna». Secondo esempio: «Resta a Firenze una gloriosa raccolta di Case editrici, Sansoni, Le Monnier, Barbera, Olschki, Alinari, Salani, La Nuova Italia, la Libreria Fiorentina ed altre. La Vallecchi rimane la casa editrice maggiore per la letteratura d'oggi». Terzo esempio: «La Ciociaria fornisce a Roma ottime balie». Non sembrano frasi scritte dopo la Seconda guerra mondiale, sembrano scritte dopo la seconda guerra d'indipendenza (d'accordo, Attilio Vallecchi comincia a stampare nel 1903 ma il primato letterario di Firenze profuma di Ottocento, di Rinascimento, di Trecento). A proposito di balie: con l'introduzione del latte artificiale sono rimaste disoccupate ma nell'Italia delle culle vuote faticherebbero a trovare lavoro comunque. Lo Stivale anni Cinquanta rigurgita di bambini, e non soltanto al Sud.

«Nel nobile porticciolo di Vernazza decine di bambini sguazzano tra gli spurghi delle fogne». Tocca dire che si stava meglio quando si stava peggio, quando la Liguria non aveva i depuratori ma nemmeno un tasso di natalità da estinzione. Marmocchi corrono a frotte nelle piazze e nei vicoli di Trieste, Tirano, Comacchio, Pisa, Volterra, Campobasso, Bari, Matera, Corigliano Calabro, Stilo... A pagina 558 ovvero a Cefalù accade qualcosa che oggi si può immaginare solo in un villaggio africano: «Calano su di noi torme di bambini da preda... Essi chiedono, ridono, piangono, inseguono, portano un fiore, si attaccano alle nostre vesti, d'una vitalità inesorabile, d'una violenza che si concludono con la nostra capitolazione». Le italiane dell'epoca sembrano essere sempre incinte, nella metallurgica Val Trompia partoriscono di norma dieci volte così da assicurare braccia ai torni e alle frese mentre a Napoli, dove scarseggiano sia i torni sia le frese, ugualmente «tra le famiglie vi è gara nell'avere figli». Lo zenit spermatico si registra in Basilicata, a San Cataldo di Bella, dove «si hanno coppie con venti figli, in obbedienza al detto del contadino lucano, bue di giorno, toro di notte». Quale sarà l'animale di riferimento del lucano odierno, visto che da quelle parti il numero di figli per donna è precipitato a quota 1,17?

No, non esiste proprio più l'Italia di Guido Piovene e di questo passo non esisterà più l'Italia, se non come espressione geografica: eccole qui le crude risposte alle domande iniziali. Per provare a scacciare la malinconia mi sono impegnato a cercare qualche miglioramento e ne ho trovati nei più svariati ambiti: nelle valli bergamasche non si incontrano più montanari gozzuti, sui Colli Albani si è smesso di mangiare le fettuccine «lasciandole pendere dalla bocca e succhiando», nel Sannio gli aratri a chiodo sono finiti giustamente nei musei etnografici... Aiuta ancor più a prendere l'attuale declino con filosofia la consapevolezza che certi problemi sono eterni, che molte presunte emergenze sono invece costanti a cui tocca rassegnarsi: «L'acqua manca l'estate, e la gente fa coda davanti alle fontane» (Genova anni Cinquanta o Roma 2017?).