La sua testa custodiva il bernoccolo della storia

Rischiò la morte a causa di una rovinosa caduta Ma da allora sviluppò il genio per i grandi scenari. Che venne «tradotto» due secoli dopo da un altro autodidatta

Antonio aveva casa e bottega a due passi da San Gregorio Armeno, oggi il rione dei presepi. Era libraio, povero in canna e viveva in un tugurio di 18 metri quadri. Ciò non gli impedì di sposarsi due volte. La prima moglie, sterile, morì presto. La seconda gli dette otto figli che mai sarebbero potuti entrare tutti in quel buco di casa. Ma dei primi quattro, tre - Giambattista, Teresa e Nicola - morirono in fasce liberando spazio che i genitori riempirono con altri figli cui imposero i nomi dei fratelli scomparsi. Così, nell’antro si ritrovarono in sette: papà, mamma, il primogenito, Giuseppe, i tre con lo stesso nome e Gennaro, l’ultimo. L’antefatto dà un’idea della famiglia in cui il Nostro venne al mondo.
Babbo Antonio, dovendo fare i conti con la propria miseria, tirò a sorte quali dei ragazzi far studiare e quali lasciare nel più sordido analfabetismo. I bussolotti decisero in favore di Giuseppe - che diventerà notaio - e del terzultimo, cioè il nostro uomo.
Il fanciullo aveva già iniziato gli studi, quando a sette anni gli capitò la brutta faccenda che ne avrebbe cambiato la vita: precipitò da un soppalco della bottega paterna sul quale era salito per curiosare tra i libri. Cadde sul cranio che si fratturò. Rimase cinque ore privo di sensi, perdendo molto sangue. Quel che era rimasto intatto fu poi devastato dal cerusico - ovvero, il barbiere del negozio accanto - il quale tagliuzzò in cento parti l’escrescenza che si era formata, creando danni inenarrabili. Contemplando la sua opera, l’imbecille diagnosticò: «O morte o perenne idiozia». Tanto ne capiva, che il bimbo diventò un genio e morì a 76 anni. In ogni caso, la sua convalescenza durò tre anni e solo dopo poté riprendere gli studi.
Tuttavia, non fu mai più quello di prima. Ebbe da allora una certa refrattarietà all’applicazione sistematica, la tendenza all’improvvisazione, il gusto delle grandi idee ma una spiccata trasandatezza per i particolari. Frequentò gli studi superiori dai Gesuiti, superando i tre migliori dell’Istituto. Ma quando uno di quelli che aveva surclassato fu promosso durante l’anno alla classe successiva, mentre lui restava nella stessa, si impermalì e abbandonò la scuola. Cominciò così la sua trafila di autodidatta. Portentosa, piena di letture, inventiva, ma - come spesso accade in questi casi - disseminata di serie lacune. Ventunenne, divenne precettore dei figli di don Domenico Rocca e si trasferì nel castello di Vatolla nel Cilento.
Qui restò nove anni durante i quali divorò i libri dell’immensa biblioteca del marchese. Approfondì il Diritto e la Filosofia, diventando un erudito. Concepì invece una totale idiosincrasia per le matematiche che motivò così: «Alle menti già dalla metafisica fatte universali non riesce agevole quello studio proprio degli ingegni minuti». Una giustificazione che nascondeva la sua avversione al lavoro paziente, preso com’era dai vasti scenari. Un lascito nervoso della rovinosa caduta dell’infanzia.
Tornato a Napoli, si sposò trentunenne, conquistando nello stesso anno la cattedra di Eloquenza all’università. Una soddisfazione, ma anche un ripiego. Aveva infatti puntato senza successo a quella di Giurisprudenza. Gli sfuggirà pure in successivi tentativi. In cambio, l’insegnamento della retorica lo mise in vista, poiché spettava al suo titolare pronunciare le «Orazioni inaugurali» dell’anno accademico. Fece sette prolusioni - tra il 1699 e il 1707 - con le quali enunciò la sua visione del mondo. Questo materiale, rielaborato, sarà alla base della sua opera maggiore, una specie di filosofia della Storia universale.
La sua concezione si compendia nel motto: Verum ipsum factum. Ossia è conoscibile come verità solo ciò che si fa. Dio conosce il mondo, perché lo crea continuamente. L’uomo conosce invece unicamente la Storia (e la propria vita) poiché è prodotta da lui. La Storia, dunque, è la suprema scienza dell’umanità. Se l’idea di fondo della sua opera è chiara, la prosa in cui è espressa è disastrosa. Emergono qui tutti i difetti dell’autodidatta. Incisi venti volte più lunghi della frase principale, ripetizioni, digressioni, anticipazioni, verbi saltati: un caos.
Se il guazzabuglio non fosse stato riordinato due secoli dopo da un altro ingegnoso autodidatta, l’autore non avrebbe l’alto posto che occupa nella storia. E sarebbe stata una giusta punizione per l’incuria dimostrata dal Nostro ai particolari che fanno grandi le cose.
Chi era?