Le sue "intese" col nemico: da Mata Hari fino a Hitler

Scritti, interviste, lettere, testimonianze sui lati oscuri dello scomodo francese

Da un decennio a questa parte, Andrea Lombardi si è imposto qui da noi come il più appassionato dei célinologhi e il libro che ora avete fra le mani ne è la dimostrazione e/o la consacrazione. Se non c'è tutto, c'è di più, nel senso che i saggi, le lettere, le interviste, i ricordi e le immagini scelte, per grandissima parte inedite a un lettore italiano, scandiscono le tappe di una biografia artistica scandalosa e rovinosa, e insieme rinviano ad altri e nuovi approfondimenti biografici, critici, storici. La bibliografia su Céline, si sa, è sterminata, la grafomania di Céline non le è inferiore, e il corpus stesso della sua opera è talmente imponente e dilatato lungo tutta una vita da trasformare sì in bagatella l'affermazione, squisitamente céliniana, che dietro la scrittura di Viaggio al termine della notte ci fosse soltanto il proposito di comprarsi un appartamento...

Bagatella, o, più correttamente in italiano, bagattella, è una parola chiave del gergo di Céline. Sta per cosa da nulla e cosa frivola, gioco di destrezza e scherzo, composizione musicale e, in campo giuridico, è la procedura semplificata nelle cause civili di scarsa importanza. Quest'ultima variante, Bagatell, è propria del diritto austro-tedesco, i cosiddetti processi bagatellari, e suona ironicamente sinistra se si pensa al processo per tradimento che nel 1950 sancì l'indegnità nazionale di Céline, un anno di carcere, trentamila franchi d'ammenda, la confisca dei beni presenti e futuri e l'anno dopo l'applicazione dell'amnistia, prevista in un decreto di tre anni prima, in quanto decorato di medaglia militare e ferito della Grande Guerra... Bagatelle per un massacro (civile), è il caso di dire, perché Céline andava o fucilato o lasciato in pace, semplicemente.

Parola chiave, dunque, e non solo e non tanto per il rimando al suo pamphlet più famoso e maledetto, sulla cui possibile ristampa, a ottant'anni dall'uscita, il governo francese del liberale-liberista-socialista-napoleonico-sovranista-europeista Emmanuel Macron ha chiesto garanzie editoriali...

È che basta scorrere l'antologia curata da Lombardi per accorgersi di come a ogni pagina essa balzi fuori: il vero e il falso della sua infanzia e delle sue ferite di guerra, l'antisemitismo che diventa pacifismo, lo scrittore per caso che si ritrova perseguitato perché, per quanto «per caso», è comunque il più bravo, il vivere da povero senza esser povero, il bell'uomo con uso di mondo e coperto di donne e il clochard che ne prenderà il posto... È un susseguirsi di giochi di prestigio e inganni, ammiccamenti e piccole trappole disseminate più o meno ad arte, per divertimento e per noia, per autodifesa e imprudenza... L'unica bagattella presa sul serio da Céline è in realtà quella musicale, la pétite musique della sua arte, e le pagine in cui la racconta sono bellissime. Eppure, anche qui, bisogna stare attenti: non è la sperimentazione fine a se stessa, l'acrobata e l'acrobazia della lingua. Dietro, più o meno nascosta, a volte resa esplicita, a volte mascherata, c'è una visione del mondo, uno stile nuovo per vivificare l'antico, un modernismo reazionario.

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Questo libro si apre con una testimonianza di Georges Geoffroy dal titolo Louis Destouches in Inghilterra e riguarda il periodo meno noto della sua vita, l'anno trascorso a Londra nel 1915-16, presso il Consolato generale di Francia, in qualità di sottufficiale distaccato all'Ufficio Passaporti: le ferite di guerra ne impedivano l'impiego attivo; le decorazioni guadagnate, Croce di guerra e medaglia al valore, gli erano valse un trattamento di favore.

Stando al racconto di Geoffroy, che è degli anni Sessanta, all'ufficio di Bedford square, dove entrambi prestavano servizio, un giorno si presentò a chiedere un visto d'ingresso per la Francia nientemeno che Mata Hari, e i due giovani furono suoi ospiti per una cena al Savoy. Una cena soltanto? Geoffroy non dice di più, ma stando a Fréderic Vitoux, biografo e studioso di Céline, che cita come fonte la vedova di questi, Lucette Almanzor, ci fu spazio per un triangolo erotico non particolarmente rimarchevole, divenuto pressoché insignificante nel ricordo. Storicamente, le date corrispondono: Mata Hari si imbarcò per Dieppe il 4 dicembre del 1915, trascorse tre notti al Savoy, andò in Bedford square a farsi rilasciare un visto che infatti ottenne, poi a Folkestone, a farsi interrogare dalla locale polizia.

Il racconto di Geoffroy, dunque, è plausibile, la testimonianza di Madame Lucette anche, indipendentemente dal giudizio riduttivo sulla performance sessuale in sé (gelosia di lei, volontà di lui di non rinfocolare gelosie retrospettive, disillusione reale, chi può dirlo?). Ciò che suona strano è il silenzio dello stesso Céline, affabulatore e falsificatore nato, sempre pronto a riscrivere la sua vita. Di Mata Hari non c'è traccia né orale né scritta, pubblica o privata. Un'ipotesi è che in terra di Francia l'isteria antitedesca degli anni Venti suggerisse prudenza e la storia di un militare francese decorato al valore che finisce a letto con una spia del Kaiser non era delle più commendevoli. Nel decennio successivo e nel dopoguerra, il filo-hitlerismo céliniano risulterà poi talmente rovinoso per la sua figura da cercare di mettere la sordina a tutto ciò che poteva far pensare a un'intesa con il nemico...