Sui progressi scientifici delle Due Sicilie esistono prove certe

Gentile Dott. Granzotto, il prof. Galli Della Loggia ha dichiarato di recente che prima dell’Unità d’Italia esisteva un abisso tra nord e sud, col sud già sottosviluppato rispetto al nord, e che il Meridione ha visto migliorare le proprie condizioni dopo l’unificazione. Sto leggendo Terroni di Pino Aprile (non so se è uno storico) e il quadro è completamente ribaltato: lì dove c’era il benessere (ovviamente di 150 anni fa) i macellai del nord portarono lacrime, sangue e distruzione. Un personaggio come Liborio Romano, che per lei, caro Granzotto, era un traditore, viene dipinto come un eroe. E via di questo passo. Ma se un ragazzo volesse sapere cosa avvenne al sud nella seconda metà dell’800, che deve fare, andare su Wikipedia?
Fiumicino

Eh, certo è dura, caro Sapienza. Deve metterci del suo, il ragazzo. Deve leggere, riflettere, valutare e arrivare da solo alle conclusioni, facendo delle scelte. Partiamo da Liborio Romano. Sulla facciata del palazzotto di Patù dove nacque e morì, i volenterosi possono leggere che «nella dolorosa maturazione degli italici destini» don Liborio, «l’anima affisa alla futura patria grande, nella attesa ora della riscossa seppe, sprezzando lusinghe, ambizioni, calunnie, preservare la sua terra da cruente lotte fratricide». Vero: egli contribuì a servire, su un piatto d’argento, la sua terra ai piemontesi. È sull’«anima affisa alla futura patria grande» che bisogna intendersi. Liborio Romano non fece aperta e leale opera di convincimento presso Ferdinando prima, Francesco poi, a favore dell’annessione delle Due Sicilie alla «patria grande». Non insistette, mica era fesso, perché i sovrani abdicassero a favore di Vittorio Emanuele. Brigò e complottò nell’ombra mentr’era al servizio dei Borbone, tenendo segreti contatti con Cavour e Garibaldi per favorire il successo dei piemontesi. Ora non v’è dubbio che visto nell’ottica dell’epopea unitaria don Liborio è un eroe della causa. Visto però con spirito distaccato c’è poco da fare: risulta un doppiogiochista e anzi, mancando al dovere di fedeltà cui era tenuto per giuramento, macchiandosi di intelligenza col nemico, un traditore.
Passando al seguito, lei sa bene, caro Sapienza, che per stabilire il tasso di benessere o di ricchezza o di industrializzazione di un Paese ci si affida a un indice che può benissimo risultare arbitrario. Faccio un esempio: se si assumesse come indice il consumo di cozze e patatine fritte, il Belgio svetterebbe al primo posto, lasciandosi dietro e di molte lunghezze i membri del G8. Bene, io non so da quali indici risulterebbe che nell’Italia pre unitaria il Meridione era il Terzo mondo rispetto a un Settentrione evoluto, progredito, sviluppato e industrializzato. So, come d’altronde sanno gli storici, che giusto prima dell’annessione la moneta circolante nelle Due Sicilie era di 443,2 milioni di lire, oltre il doppio di tutte le altre circolanti nella penisola. Che nei circa 5mila opifici, come allora erano dette le fabbriche, lavoravano 210mila operai, il 7 per cento della popolazione attiva in tempi di assoluto predominio dell’agricoltura. So che il primo telegrafo elettrico, la prima locomotiva, la prima nave a vapore del Mediterraneo, la prima nave a elica, il primo piroscafo di linea per l’America e la prima cattedra di economia videro la luce nel Meridione borbonico. So infine che alla chiusura dell’Esposizione Universale di Parigi del 1855 l’apposita commissione presieduta da Ferdinand de Lesseps assegnò alle Due Sicilie il terzo posto - il primo in Italia - fra le nazioni industrialmente evolute. Questi sono fatti, caro Sapienza, non curve tra l’ascissa e la ordinata di un grafico.