Sul caso di Maria non può valere la ragione di Stato

Vittorio Mathieu

Una volta che due madri si contendevano un figlio la questione fu risolta dal celebre giudizio di Salomone. Ora la piccola Maria è contesa, non da due famiglie, ma tra la sua «famiglia di fatto», che non riesce ad adottarla, e la ragion di Stato. Ma di quale Stato? È ovvio che la Bielorussia abbia fatto di tutto per non perdere la faccia, ma questo suo diritto non è sufficiente perché sia calpestato il diritto naturale di una persona umana.
Se fosse al potere il centrodestra, il suo dovere sarebbe chiaro: dire all’ambasciatore bielorusso che, se il caso di Maria mette in difficoltà le relazioni diplomatiche tra Italia e Russia Bianca, la soluzione è semplicissima: interrompere le relazioni diplomatiche. Per gli affari amministrativi potremo affidare l’incarico a San Marino, per le questioni politiche al nunzio apostolico in Polonia.
Il riconoscimento della Bielorussia come Stato sovrano e, quindi, qualificato a nominare ambasciatori è un residuato dell’ultima guerra. Era l’età di Roosevelt, persuaso di «saper trattare con lo zio Joe». Si discuteva su come formare l’Organizzazione delle Nazioni Unite e Stalin mirava a farvi sedere tutti gli Stati dell’Unione Sovietica, in modo da disporre di un pacchetto di voti sicuri. A ciò non si giunse, grazie ai consiglieri di Roosevelt e poi di Truman, che dissero: «Va bene ma, allora, diamo un seggio a ciascuno degli Stati Uniti d’America». Più tardi io emisi un parere giudicato comico anche da un ambasciatore svizzero: dare un seggio a ciascuno dei cantoni e sottocantoni elvetici. Questo sarebbe stato corretto almeno per la storia, perché, sulla carta, la Svizzera è detta ancora «Confederazione», anche se a un esame i miei colleghi giuristi boccerebbero un candidato che collochi la Svizzera tra le confederazioni. Gli Stati confederati rimangono indipendenti, possono nominare ambasciatori e dichiararsi guerra a vicenda: come in Svizzera si fece fino all’Ottocento. Gli Stati federati non hanno questo diritto e, nel secolo scorso, gli scontri armati tra Délémont e Berna, che portarono alla secessione, rimasero un fatto interno.
Ciò non toglie che, ancora pochi anni or sono, un opuscolo ufficiale del governo svizzero cominciasse con le parole «La Svizzera è una Confederazione».
Gli Stati americani non son più confederati dopo la guerra di secessione e gli Stati russi, per quel che so, non lo sono mai stati. Ma all’Onu e agenzie consorelle ne furono aggiunti due, i più accidentali, con costituzioni e codici che erano una fotocopia di quelli dell’Unione Sovietica: identiche pene detentive, seguite da campo di lavoro, ad esempio, per i dissidenti. Quando, all’Unesco, feci parte della commissione per la difesa dei diritti umani in materia di cultura ne feci ampia esperienza.
Il nazionalismo bielorusso data dai primi anni del Novecento e fu sempre strettamente legato all’ideologia rivoluzionaria. Tale è tuttora; e Putin saggiamente lascia che rimanga, poiché gli procura molti meno grattacapi che il fondamentalismo islamico. Ciò non significa affatto che anche noi dobbiamo adeguarci, quando sono in gioco diritti umani che abbiamo solennemente sottoscritti. Che si tratti di una minorenne non implica affatto che i suoi diritti vadano trasferiti a un governo o a un giudice: il giudice deve «tutelarli», ma non sostituirli con un suo decreto. A dieci anni (ma anche molto prima) un minorenne sa benissimo ciò che vuole. Spesso vuole cose che non si devono dargli, ma quando, come in questo caso, vuole stare con chi gli vuol bene, anziché con chi lo espone a maltrattamenti da parte di estranei, non c’è che da prenderne atto. La questione riguarda palesemente il diritto internazionale, perché chi chiede il rimpatrio è un ente di diritto internazionale, anche se solo per le sue origini alquanto comiche è considerato uno Stato. La questione, perciò, è di spettanza dell’esecutivo: del ministero per gli Affari esteri. E questo non mi rallegra, visto il conto in cui questo governo tiene l’opinione pubblica.