Sul malcostume di certi politici non c’è par condicio che tenga

Lo scetticismo etico che si è sviluppato nel corso del Novecento ha avvelenato e indebolito la nostra coscienza

Ringrazio Marcello Veneziani per essersi dato la pena di leggere il mio saggio La questione morale, sia pure per trarne la sola conclusione che «criminalizza» gli elettori di centro-destra. Vorrei entrare nel dettaglio del suo argomento. Una questione morale c’è o no in questo Paese? Mi si dice che faccio male a dire che c’è ora, perché c’è sempre stata. E chi lo nega? Il mio saggio indaga appunto le ragioni dell’endemico disprezzo, radicato purtroppo nei nostri mores, per le virtù della cittadinanza, per la cosa pubblica, per le regole della convivenza quotidiana e civile, così come le tare endemiche del familismo, della mafiosità diffusa, della mancanza di rispetto per le istituzioni, della diffusa incapacità ad assumersi la responsabilità personale dei propri comportamenti, della diffusa ricerca di impunità. Le insegue risalendo alla società premoderna, dove non ci sono ancora cittadini ma sudditi; passando per la nostra modernità incompiuta, con il passaggio non completamente avvenuto dalla mentalità dei sudditi a quella dei cittadini, dalla minorità morale e civile dei più alla responsabilità e autonomia morale di ognuno. E approdando al nostro presente, dove insegue alcuni fenomeni particolarmente appariscenti di completa abolizione di quei limiti di decenza almeno apparente che si manifesta in numerosi fenomeni di degenerazione anche linguistica, a tutti noti e dai più ignorati. Valga per tutti il fenomeno della menzogna quotidiana e spudorata (Caso Ruby, caso Dragomira, etc.). Sostenere e riprodurre una classe politica che si concede questo non è indifferenza o ignoranza morale? E se lo è, da dove viene questa diffusa indifferenza?
La mia tesi è che viene da lontano, ma che si riproduce oggi a causa di uno scetticismo, radicato nel pensiero di tutto il Novecento (spero che Veneziani mi sarà grato di questa nobilitazione che tento del suo argomento): uno scetticismo etico che priva la nostra esperienza morale della sua serietà, cioè della sua pur fallibile apertura al vero, e alimenta un equivoco. Eccolo: non ci sono ragioni se non di parte. L’etica è politica, e la politica è lotta. Chiunque prenda posizione in materia morale è parziale, e dunque a priori semicieco e arbitrario, nel migliore dei casi da assoggettare subito a par condicio: «sentiamo l’altra campana». Si esclude che si possa agire o parlare, in materia morale, per altre ragioni che l’interesse di parte, o addirittura l’auto-interesse, e si seppellisce l’atto o il detto che aspirano ad essere adempimento del proprio dovere, o richiamo al dovere di ognuno, sotto l’accusa di estremismo politico. L’altra faccia di questa idea è la paura di Robespierre: che in se stessa sarebbe condivisibilissima, ma come è da noi diffusa è invece basata sullo stesso equivoco. Cioè sullo scetticismo etico, che aborrisce l’idea stessa che la politica e il diritto possano richiedere il vaglio della libera e autonoma coscienza morale degli individui. E vede l’ombra illiberale dello stato etico perfino nell’idea che si insegni educazione civica a scuola. Lo ha sostenuto Galli Della Loggia. I nostri cosiddetti liberali preferiscono di gran lunga, come risorsa normativa, la religione alla coscienza morale autonoma degli individui adulti e responsabili: vedi il fenomeno dei cosiddetti atei devoti, vale a dire clericali. Tradendo con questo l’anima stessa morale del liberalismo, che non a caso in Italia non vuole attecchire. Eppure la modernità illuministica consiste appunto nel cercare la fondazione delle norme nella verifica, costantemente rinnovata, delle coscienze, e non nella tradizione, nell’autorità religiosa o nella forza. Ne segue che la democrazia costituzionale, con i suoi delicati meccanismi e la maturità morale delle persone, la loro decenza civile costituiscono un circolo, vizioso o virtuoso a seconda della direzione in cui gira. Nessuna democrazia può sopravvivere senza una diffusa capacità di rinnovamento morale continuo delle persone. Il fatto è che non c’è altro luogo che possa garantire a ciascuno l’accesso alla maturità morale o all’età adulta, all’assunzione personale di responsabilità e al rigetto della logica di consorteria, che lo spazio delle ragioni e l’eguale opportunità di chances offerti da una democrazia funzionante. Questa è la ragione della tesi che sostengo in quel saggio, che oggi come non mai la politica riguarda chiunque abbia a cuore l’etica.
*Ordinario di Filosofia teoretica, Università «Vita-Salute San Raffaele» di Milano