"Sul set sono un padre infame a casa sono schiavo di mia figlia"

Giorgio Pasotti, attore protagonista di "Baciami ancora" di Muccino nel ruolo di un genitore disgraziato: "Però ho l'opportunità di riscattarmi"

Roma - Un giovane italiano, ricco, bello e famoso, è prova vivente che la cura Brunetta anti-bamboccioni (via di casa a 18 anni, ope legis) con qualcuno funziona. Giorgio Pasotti, quotato attore del nostro star-system, a giorni sul grande schermo con Baciami ancora, dopo la maturità se n’è andato in Cina, lasciando la comoda casa paterna. Senz’arte né parte, ma con un buon fisico da disciplinare tramite arti marziali, eccolo ai giorni nostri: è padre felice di Maria, appena avuta dalla collega Nicoletta Romanoff; ha scritto un romanzo autobiografico (Dentro un mondo nuovo, Mondadori), dedicandolo a mamma e a papà, lungimiranti nel lasciarlo scappare da Bergamo, («dove la massima aspirazione è diventare “bene” e amici del curato»), ha un film di prestigio in uscita e un film in preparazione, il primo da regista. Quaterna non male, a inizio d’anno, per l’attore neanche quarantenne. Che stavolta getta l’ancora, approdando ai lidi sicuri della paternità, sul piano biologico e su quello creativo.

Giorgio Pasotti, che impressione le fa diventare padre?
«Sono giorni che rido come un ebete. Maria è meravigliosa, un miracolo... Ho assistito al parto cesareo di Nicoletta e adesso comprendo le difficoltà, l’amore, la meraviglia dell’essere genitori. Mia figlia ha aperto gli occhi e ha guardato me».

I cosiddetti vip chiamano i figli in modo pretenzioso: da Oceano e Deva. Voi avete scelto un nome semplice come Maria...
«Ci abbiamo pensato su un secondo. Maria, in realtà, l’ha scelto Nicoletta. Spero d’essere un padre che saprà trasmettere il valore più importante. Quello della libertà. Vorrei che mia figlia fosse libera di testa, soprattutto».

In Baciami ancora sarà ancora padre infame, come nel prequel L’ultimo bacio?
«I personaggi sono gli stessi, ma raccontati sui quarant'anni d'età. Quindi è gente cresciuta, maturata. Come il mio Adriano. Risulterò meno cinico ed egoista, infatti. Iniziando a vivere per davvero e chiudendo le finestrelle lasciate aperte. Mi assumerò le responsabilità di padre, che invece era scappato, abbandonando suo figlio e la sua donna (Sabrina Impacciatore, ndr). Un personaggio diverso da quel che sono io, in realtà. Ma la vita concede una seconda opportunità: il povero Adriano, dopo anni di migrazioni e randagismi, sfatto nel look, torna. Deciso a riconquistare suo figlio, ma accanto a una nuova compagna, impersonata da Valeria Bruni Tedeschi».

Gabriele Muccino è ancora un regista esigente o s’è ammorbidito, dopo la sua recente paternità?
«L’ho trovato molto cambiato dalla sua esperienza americana. Da un lato, lascia più spazio agli attori. Prima era più esigente, ora si lascia stupire dagli attori. Forse ha inciso il fatto d’avere avuto un altro figlio. Però non ha perso la sua estrema attenzione, sul set. È la quarta volta che lavoro con lui, dopo Ecco fatto, Come te nessuno mai e i due film corali, col bacio nel titolo».

E il suo primo film da regista?
«Sarà un Kramer contro Kramer, molto meno drammatico. In forma di commedia, racconterò i dissapori d’una coppia. Devo ancora pensare al cast, però rimando tutto all’anno prossimo: adesso devo dedicarmi a Maria e a Nicoletta».

Neanche quarant’anni e già un romanzo autobiografico: di che cosa parla nel suo libro?
«Del mio vissuto. Denso, nonostante l’età. Credo nel destino, perché nella mia vita tutto è avvenuto per caso, con una serie di coincidenze mirabolanti. A 19 anni era troppo tardi per l’università: volevo iscrivermi a Medicina. Così, in un novembre inoltrato, mio padre mi disse che a Pechino esisteva un’Università dello Sport, dove potevo studiare da medico sportivo. Sono partito, con mio padre che all’aeroporto mi disse semplicemente: “Va’, fa’ il bravo”. E sono arrivato in Cina tre anni dopo Tien An Men. Un periodo irripetibile».

Che cosa ha trovato, laggiù?
«Uno scenario politico-sociale complesso, con i giovani che, da una parte, assetati di novità, guardavano oltre la Grande Muraglia; gli anziani, invece, portavano ancora le divisine di Mao, col Libretto rosso in tasca. Da quel periodo di passaggio sarebbe nata la Cina moderna di oggi: un’America con gli occhi a mandorla».

È testimonial pro-Brunetta? Fuori di casa, bamboccioni?
«Assolutamente sì! Ho scritto il mio libro, per trasmettere ai ragazzi un messaggio: riprendetevi in mano la vostra vita, uscite dall’ampolla protettiva di casa vostra. Osate!».