Sull’onda del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti del clima il Vecchio continente ha stabilito misure più incisive a favore delle fonti alternative L’Ue in prima fila nella crescita sostenibile L’obiettivo da raggiungere entro il 2010: una quota di «

La ricerca condotta dall’Istituto «Piepoli» su 1.061 italiani

Dati alla mano, l’Europa è oggi in prima fila sul fronte dello sviluppo sostenibile e della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Merito di una rincorsa iniziata oltre un decennio fa, con le prime iniziative in ambito comunitario tese a favorire la diffusione delle energie pulite. Una per tutte, l’adozione nel 1996 del libro verde «Energia per il futuro: le fonti energetiche rinnovabili». Ma è stata la successiva ratifica del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici a spingere l’Unione europea a stabilire misure più incisive per accrescere il ruolo delle fonti di energia rinnovabile.
Nonostante questa attenzione collettiva, però, per diverso tempo i singoli Stati sono rimasti unici responsabili delle misure adottate a livello nazionale. In pratica, ciascuno faceva «come», e soprattutto «quanto», voleva. Solo nel 2001, con la direttiva 77, l’Europa ha trovato l’intesa per un’azione legislativa concreta, sancendo obblighi complessivi comunitari di produzione di energia rinnovabile rispetto ai consumi, ripartiti su ciascun Paese. Come a dire che da quel momento i diversi Stati membri, pur rimanendo liberi di scegliere gli strumenti più idonei in rapporto alla situazione nazionale, hanno l’obbligo di conseguire un «target» prefissato in termini di percentuale di energia rinnovabile prodotta. Per avere un’idea dei numeri, basti dire che l’Unione europea nel suo complesso punta entro il 2010 a una quota da fonti rinnovabili pari al 22% del consumo di elettricità. Un obiettivo piuttosto ambizioso, per raggiungere il quale la legislazione comunitaria prevederebbe anche momenti di condivisione dei risultati conseguiti con gli strumenti messi in atto in ambito nazionale, così da predisporre modalità comuni d’incentivazione, o per lo meno provare ad armonizzarle. A oggi queste buone intenzioni non hanno però ancora trovato attuazione e, pertanto, il panorama continentale ci mostra una molteplicità di meccanismi d’incentivazione, spesso diversamente combinati tra loro. In un simile quadro, in cui i singoli Stati marciano di fatto «in ordine sparso» per il raggiungimento degli obiettivi comunitari, spiccano comunque un paio di modelli di successo: quello tedesco e quello spagnolo, riferiti rispettivamente alla promozione degli impianti fotovoltaici ed eolici. In Germania, la massiccia diffusione del fotovoltaico colpisce anche per il fatto che il Paese non è certo tra i più soleggiati del continente.
Eppure, a fine 2005 il dato relativo alla capacità installata parlava di oltre 1.500 MW. Un risultato conseguito non solo con misure d’incentivazione capaci di rispondere alle esigenze del mercato, ma anche grazie alla maturità tecnologica di un’industria nella quale, oggi, il comparto del solare vanta circa 25.000 addetti. Risale al 1991 la prima regolamentazione a favore delle energie rinnovabili in terra tedesca, mentre è datata 2000 l’introduzione di un sistema tariffario differenziato per sostenere in particolar modo lo sviluppo del fotovoltaico. Oggi, il regime d’incentivazione prevede il riconoscimento di una tariffa speciale per un periodo di vent’anni, differenziata in funzione della potenza dell'impianto.
Anche la Spagna, nel campo delle energie rinnovabili, fila (è proprio il caso di dirlo) «con il vento in poppa». Negli ultimi cinque anni, infatti, il Paese iberico ha visto la propria potenza eolica installata crescere di oltre 10.000 MW, posizionandosi al secondo posto nella classifica mondiale con un aumento della produzione elettrica da impianti eolici ben superiore al tasso di crescita del fabbisogno.
Il segreto del successo, oltre che nel piano nazionale d’incentivazione che raggruppa le installazioni in due categorie (inferiori e superiori a 5 MW), definendo una durata differenziata a parità di riconoscimento economico, sta in un complesso cocktail di fattori: dalle favorevoli condizioni meteorologiche con buon regime di ventosità, agli elevati finanziamenti pubblici per l’attività di ricerca; dal coinvolgimento delle comunità locali, alla capacità delle piccole e medie imprese di rispondere alle richieste del mercato, con l’impiego di oltre 17.000 addetti.