Sulle promesse ora Obama fa marcia indietro

La limousine di Barack Obama si avvicina alla Casa Bianca a colpi di freno. Belle, nitide luci rosse che indicano che il futuro pilota dell'America forse non sa con precisione dove vuole andare ma ha capito che occorre ridurre considerevolmente la velocità. Rispetto, soprattutto, alle promesse elettorali. Lo aveva già indicato, stavolta lo ha detto a chiare lettere, in una intervista alla rete televisiva Abc: «Rivitalizzare l'economia americana richiede che ridimensioniamo le promesse e parliamo di più dei sacrifici che, grandi o piccoli, ognuno di noi dovrà fare. Dobbiamo essere realisti: non tutto quello di cui abbiamo parlato durante la campagna elettorale saremo in grado di farlo al ritmo che avevamo sperato». Obama non ha avuto bisogno di entrare nei dettagli: le cifre dell'economia, quelle dei costi e delle proiezioni, parlano chiaro da sole: il numero dei disoccupati è salito a 11 milioni, il 7,2%, il record degli ultimi sedici anni, e i posti di lavoro vanno persi un po' in tutti i settori dell'economia, dall'industria all'edilizia al commercio. Licenziano perfino gli uffici che si occupano di trovare job temporanei. «Questa è la peggior recessione dai tempi della Grande Depressione. Tutti gli americani la sentono, la sentiranno, si dovranno dare da fare perché tutti hanno interessi vitali in gioco». Il presidente eletto prende atto che tra le sue promesse elettorali (infusione di denaro pubblico in nuovi programmi certamente benefici a lunga scadenza e la impellente necessità di sostenere nell'immediato quasi tutti i settori produttivi) c'è una contraddizione difficile da superare, anzi impossibile a breve scadenza. Per esempio l'impegno, che era stato il pezzo forte dei programmi di Obama durante le primarie in competizione con Hillary Clinton, a diminuire le tasse a tutte le famiglie con un reddito annuo inferiore ai 250mila dollari, con la prospettiva di recuperare parte della somma aumentando l'imposta sui «ricchi» e soprattutto sui profitti da capitale. In un momento in cui il governo parla della necessità di finanziare enormi progetti di lavori pubblici, assieme a ulteriori infusioni di dollari nel settore bancario e in quello industriale, non è più realistico. Analogamente devono essere rinviati i massicci investimenti nella ricerca di nuove fonti energetiche alternative al petrolio. Anche Obama, che si è nominato un governo composto principalmente di moderati e di centristi ereditati dall'esperienza di Clinton, si chiede oggi se la riduzione delle imposte sia utile a sostenere la [EMPTYTAG]«[/EMPTYTAG]domanda aggregata» in una economia che scende a precipizio. Quanti fra i banchieri e i capifamiglia spenderanno i dollari dello «stimolo» pubblico e non li utilizzeranno invece per ricostituire un po' di capitali e di risparmio? Il capitolo più preciso nei piani della nuova Amministrazione è quello di «generare» fino a 4 milioni di posti di lavoro, in larga parte nel settore delle costruzioni secondo l'esempio di Roosevelt degli anni Trenta. Secondo i conti dell'ufficio dei consiglieri economici della Casa Bianca l'incremento maggiore dovrebbe venire dai lavori pubblici, con quasi 700mila posti lavori, nuovi o recuperati, entro il 2010, con altri 600mila nel settore commerciale e 400mila nell'industria. Ma il Congressional Budget Office prevede che la recessione e le spese in programma spingeranno il deficit di bilancio ben oltre il trilione di dollari già quest'anno per un totale presunto di quasi sette trilioni in tre anni. Ci si chiede ora se la correzione di rotta anticipata sarà sufficiente e se eroderà o consoliderà la fiducia del nuovo presidente. Accanto ai motivi d'allarme ci sono segni incoraggianti, a cominciare dalla già citata composizione del governo per finire con un approccio «al di sopra delle parti»: preferenza per i democratici moderati rispetto ai "liberali" ideologici e mano tesa ai repubblicani, questo sì in concordanza con l'impegno di Obama durante la campagna elettorale di passare sopra alle divisioni politiche tradizionali e superare le linee di divisione ideologiche, culturali e razziali. Un impegno in tutti i settori, compresa la politica estera e militare: Guantanamo chiuderà, ma non nei cento giorni promessi da Obama prima delle elezioni. È un modo di dire alla futura opposizione: «Devo farcela, altrimenti siamo rovinati tutti».