«Il suo motto: vivere senza menzogna»

Quando lo scrittore rientrò dal suo esilio ventennale, Ljudmila Saraskina lo aiutò a reinserirsi nel suo Paese

Pur laureato in matematica e provvisto di una formazione scientifica, Aleksandr Solgenitsin viene dal ceppo robustissimo della letteratura russa, quella che ha dato Aleksandr Puskin e Michail Lermontov, Nikolaj Gogol e Ivan Turgenev, Fedor Dostoevskij e Lev Tolstoj.
Se con il passar del tempo prende qualcosa, sin dall’aspetto, del misticismo e dell’evangelismo tolstojano, è soprattutto a Dostoevskij che, sul piano letterario, si può ricollegare. Nel 1849, il futuro autore de L'idiota finisce nelle mani della polizia zarista e una finta condanna a morte, comminata per provocare terrore, viene mutata all’ultimo istante - il condannato già sul patibolo - in quattro anni di lavori forzati. L’esperienza verrà descritta, anni dopo, in Memorie di una casa di morti. L’universo concentrazionario moderno entra in letteratura con la sua carica di orrore, e segna la strada che porterà sino al libro con cui Solgenitsin raggiungerà la sua fama e darà il primo scossone al totalitarismo sovietico, Una giornata di Ivan Denisovic, uscito sulla rivista Novyj Mir nel novembre del 1962. Stalin era morto da otto anni. Da sette era uscito in Russia il libro di Il’ja Erenburg, Il disgelo, il cui titolo fortunato finì per dare il nome a un momento particolare di apertura e di speranza dentro il monolitico mondo della cultura e della società sovietica, allora così compatto e forte che nessuno avrebbe scommesso sul suo crollo nel giro di due decenni.
Una giornata di Ivan Denisovic, un romanzo breve, racconta la giornata tipo di un prigioniero in Siberia, ma la racconta nei dettagli più duri e crudi e senza sovrapposizioni simboliche. Il protagonista si sveglia alle cinque del mattino, teme le punizioni, inflitte con crudeltà per ogni piccolo ritardo, le continue ispezioni, le marce nella steppa ghiacciata, trae un miserabile conforto da una zuppa d’orzo annacquata, lotta contro il freddo, la neve, la fatica, si riposa l’ora del pasto, ricomincia a lavorare senza tregua, annullato nella sua umanità, nella sua dignità, nel suo cuore, semplice macchina attenta alle piccole astuzie della sopravvivenza. Ma questa durezza descrittiva non è altro che la forza del libro, che in virtù dello stile diventa non soltanto un documento di condanna del potere sovietico, ma l’atto di accusa di uno scrittore nei confronti di ogni attacco alla libertà dell’uomo, al suo bisogno di ricerca della verità, al suo desiderio di esprimere il proprio mondo interiore.
L’esordio rimane probabilmente la prova più alta, sul piano letterario e poetico, di Solgenitsin. Altri libri verranno, e almeno bisogna segnalare Padiglione Cancro, del 1967 e Il primo cerchio, del 1969, ancora attraversati da una vena di narratività potente e intrisa di poesia. Infine, il celeberrimo Arcipelago Gulag, saggio-romanzo in tre volumi uscito tra il 1973 e il 1978, proietterà nel mondo intero la figura non più dello scrittore, ma quello del dissidente sommo, quello che vicino a Juli Daniel, a Andrej Sinjavskij e, in un’altra maniera, al poeta Iosif Brodskij, getterà sulla Russia sovietica le ombre che ne prepareranno la disgregazione. A quel punto, l’immagine di Solgenitsin si fissa in quella del saggio, del profeta, della guida di coscienze. E così un autore che ha contribuito come pochissimi a fare la storia del proprio secolo con l’energia spirituale della letteratura, viene dimenticato dal pubblico dei lettori distratti ma anche dalla folla dei letterati, che a ogni latitudine sono mediamente servili, conformisti e diffidenti sempre verso chi parla di libertà, di anima, di grandezza.
Nemico dello stalinismo e del comunismo, Solgenitsin non saltò il fosso, non diventò un sostenitore della odierna società occidentale, anzi ne divenne un critico, preoccupato per la sua deriva materialistica. Come Dostoevskij, anche Solgenitsin piegò, con gli anni e con la sofferenza, verso una visione drammaticamente religiosa della vita. Alla domanda cos’è la fede, rispose: «Il fondamento e il sostegno della vita di un uomo». È dunque coerente e di grande significato la decisione di collocare la sua sepoltura nel cimitero del monastero Donskoy a Mosca: fondato nel XVI secolo, questo luogo fu chiuso dopo la rivoluzione d’Ottobre e in parte adibito a colonia penale per bambini. Negli anni Venti vi fu tenuto prigioniero anche il patriarca Tichon, che decise di rimanervi anche dopo il rilascio e le cui reliquie sono state scoperte soltanto dopo la sua canonizzazione.
Solgenitsin ebbe profonda fede anche nel suo lavoro di scrittore, cui confessò di essersi dedicato con la stessa “gioia” con cui si era dedicato alla lotta. L’idea di letteratura che ci lascia è la più bella e difficile, quella di una letteratura che ha come valori guida libertà e ricerca della verità. Scrisse: «Per un paese, avere grandi scrittori è come avere un altro governo. Questo è il motivo per cui nessun governo ha mai amato i grandi scrittori, ma solo quelli minori». Lui aveva imparato, sulla sua pelle, di essere tra i grandi.