Suonala ancora, Powers la musica del destino

«Il tempo di una canzone»: grande romanzo nato da un recital del ’39 che a Washington unì bianchi e neri

Può ancora succedere di arrivare alla fine di un libro di oltre ottocento pagine e di centellinare le parole per farlo durare più a lungo? Una storia può ancora avere l’ambizione di raccontare un mondo e di non perderlo nelle citazioni o nel minimalismo? Può riuscire a commuoverti pur rimanendo rigorosa?
La risposta a tutte queste domande è ovviamente «sì», se si ha la ventura di aprire la prima pagina dell’ultimo romanzo di Richard Powers, Il tempo di una canzone (Mondadori, pagg. 835, euro 23) e di lasciarsi prendere senza pudore dalla forza armonica della sua musica. Perché la cosa più vicina a questo romanzo è proprio una canzone. Ma non una canzone qualsiasi: la canzone della nostra vita, quella che un bel giorno, senza che sospettassimo nulla, ci strega, ci fa innamorare, ci costringe a ripensare a noi stessi. Ci pone davanti alle scelte fondamentali. Prima eravamo una cosa e dopo ne siamo un’altra. Pensiamo che tutto questo venga da un lento movimento che succede dentro di noi, da una nostra «storia personale». Invece il cambiamento viene dalla musica. Lì per lì non ci pensiamo, e non possiamo neppure pensarci, ma la musica che ascoltiamo è più stratificata di noi e affonda in un passato ben più lontano del nostro. È legata a mille altre armonie e mille altri popoli e gesti di lavoro e amori già vissuti, ed è insieme la nostra storia futura. La musica è un messaggio che il tempo ci consegna, qualcosa che è già avvenuto e che forse è già morto, ma che ancora può squillare nel presente. Perché il tempo non procede come un vettore, ci insegna Powers, ma a sbalzi, a spirali e stringhe come le particelle elementari e la grammatica del cuore.
Siamo a Washington DC, nel giorno di Pasqua del 1939. Fuori dal Lincoln Memorial, la grande contralto nera Marion Anderson canta davanti a una folla di 75mila persone. Per questioni razziali le avevano rifiutato una sala ed Eleanor Roosevelt, moglie del presidente, aveva risolto la questione facendola cantare di fronte all’intera nazione. Il recital viene trasmesso dalla radio e sarà uno dei momenti fondanti dello spirito di tolleranza della nazione. Ma non è questo il punto, o non solo. Nella folla ci sono due persone completamente diverse tra loro, richiamate dalla musica. Sono il fisico ebreo David Strom, sfuggito alle persecuzioni razziali europee, e Delia Daley, cantante di colore. La musica per loro ha significati diversi, che nella differenza sono gli stessi. Delia canta sottovoce mentre canta Miss Anderson e David per caso la ascolta. Per caso si commuove, per caso si parlano e incontrano un bambino che si è perso. Per caso si innamorano, lui bianco e lei nera, nel 1939. Questo amore segnerà le loro vite e quelle dei tre figli: Jonah, il primogenito che rivela ben presto una voce prodigiosa alla ricerca di una cifra che vada oltre la razza e il pregiudizio per disumanarsi e parlare direttamente con Dio; Joey, pianista che accompagnerà il canto del fratello ed è la voce narrante del racconto; Ruth, la terzogenita, che accetterà la sfida ideologica rappresentata dal colore della propria pelle, fino all’adesione ai movimenti per i diritti civili e all’urto con le istituzioni.
Ma, aldilà dei diversi destini, la musica è lo spazio più vero delle vite dei protagonisti del romanzo. La musica e il tempo che David Strom studia per lavoro e cerca di svelare a se stesso, mentre scrive lettere su lettere per cercare i suoi genitori e i parenti scomparsi nell’Olocausto. Il tempo che non si esaurisce mai nel momento, nel presente, ma deve lanciare messaggi dal passato e trovare punti d’incontro. Quale è la nostra patria, si chiede Powers? Possiamo estenderci fino a dimenticarci l’origine per perderci nel gioco angelico della ricerca, come sceglie Jonah? Oppure dobbiamo incontrarci con la realtà quotidiana del sopruso e dell’oltraggio (lasciare il posto sull’autobus ai bianchi, essere rifiutati dalle scuole, essere picchiati e uccisi...) e fare fronte comune con il popolo che la sorte ci ha dato, come sceglie Ruth? Possiamo essere isole e vivere come se certe differenze non esistessero? Possiamo scegliere liberamente la nostra identità?
Powers, come ogni vero romanziere, non ci dà risposte. Ci lascia uno spazio, un campo, un tempo dove viverle. Ci lascia il tempo di una canzone per riflettere col cuore.