Suonava il violino da vero buongustaio

Giurista per antica tradizione, sopravvisse al Terrore sfruttando note e palato

I melomani che affollavano il Park Theater di New York per ascoltarlo, non sospettavano certo che l’ottimo primo violino fosse in realtà un sanguigno politico in esilio. Tanto meno immaginavano - ma questo non poteva ancora saperlo nessuno - che in lui covava un filosofo molto particolare i cui brillanti aforismi sarebbero diventati proverbiali.
Il quarantenne era riparato quasi in incognito negli Stati Uniti per sfuggire al fanatismo dei suoi compatrioti che volevano ghigliottinarlo a ogni costo. Va detto però che se la rivoluzione parigina si era ritorta contro di lui, ben gli stava. I guai in cui era precipitato altro non erano che una salutare punizione per i suoi imperdonabili errori. Agli inizi della tempesta, infatti, il futuro virtuoso di violino si era buttato a capofitto nel caos, contribuendo non poco a incendiare gli animi. Nel farlo, aveva rinnegato se stesso e i principi ai quali era stato educato. Il Nostro apparteneva a una solida famiglia borghese votata alla magistratura di padre in figlio. Aveva anche lui studiato diritto ma, mobile di spirito com’era, si era pure interessato di chimica e fisiologia. Quando scoppiò la rivoluzione del 1789, era sindaco di Belley, la cittadina dove era nato, al confine con il ducato dei Savoia. Toccò così a lui rappresentare la comunità come deputato del terzo stato nell’Assemblea nazionale convocata a Parigi. Il moto non era ancora degenerato in violenza sanguinaria, quando il Nostro dette il suo pesante contributo all’avvento del terrore. Divenne infatti celebre con un violento discorso in difesa della pena di morte. Questa barbarie non era certo sconosciuta all’epoca, ma evocarla in un momento di divisione degli animi equivaleva a suggerirne l’uso nella lotta politica. Cosa che puntualmente avvenne di lì a poco.
Fu così che l’incauto, da cacciatore si trasformò in preda. Si era iscritto al club dei Girondini, ma ben presto presero il sopravvento i Montagnardi di Robespierre e Danton. Costoro, in pochi mesi, misero a morte la quasi totalità degli avversari. Il Nostro sfuggì una prima volta all’arresto rifugiandosi a Belley. Fu però inseguito fin lì e dovette espatriare. Andò in Svizzera, di là in Olanda e infine approdò a New York dove lo abbiamo conosciuto in veste di musicista. Il soggiorno americano durò un paio di anni. Visse del suo violino e impartendo lezioni di francese. Poi, essendosi calmate le acque, rientrò in Francia dove stava per cominciare l’avventura napoleonica.
Il Nostro si trovò benone con il nuovo regime e continuerà a sentirsi a proprio agio quando, caduto nella polvere l’imperatore, sarà restaurata la monarchia borbonica. Si teneva, ormai, lontano dalle beghe politiche e conduceva una placida vita, diviso tra gli incarichi pubblici e la scrittura. Tornato, dunque, dagli Stati Uniti, ebbe la piacevole sorpresa di essere improvvisamente nominato consigliere di Cassazione da Napoleone. Caduto l’imperatore, re Luigi XVIII lo confermò nella carica. Una bazza. La poltrona era una sinecura. La remunerazione era invece ottima e il prestigio grande. Nulla di meglio per attendere la giusta ispirazione e, una volta trovata, metterla in bella forma e sperare nel successo dell’opera e nell’immortalità del proprio nome.
Il Nostro riuscì nell’intento con un volumetto di fisiologia. Apparentemente era un libro scientifico, poi però parlava di cibi e di sapori cucinati, mantecati e mescolati con riflessioni morali e di costume. Talvolta idee profonde, altre volte involontariamente comiche, in ogni caso espresse in quello stile sentenzioso alla francese che ha i suoi campioni in Montaigne e Voltaire, in Montesquieu e... A questo punto si dovrebbe - ma non si può - anticipare il nome del Nostro che eccelse nel genere.
La più celebre delle sue sentenze è: «Dimmi come mangi e ti dirò chi sei». La più comica: «Il destino delle Nazioni dipende dal modo in cui esse si nutrono». La più acuta: «Il piacere della tavola è per ogni età e può associarsi a tutti gli altri; poi resta, ultimo e solo, quando gli altri piaceri sono scomparsi, per consolarci della loro perdita».
L’operetta fu accolta in modo straordinario. Il Nostro si apprestava ad assaporarne il successo quando si buscò un’improvvisa infreddatura. Morì in quattro e quattr’otto a 71 anni, a soli due mesi dalla pubblicazione delle sue golose meditazioni.
Chi era?