Al supermercato solo l’amore non ha prezzo

«Attrice preferita» era un gioco (in verità non un gioco, ma un argomento di discussione) che si faceva da ragazzini. A un certo punto del pomeriggio, esausti dopo non so quante partite a «chi arriva ai 10 ha vinto», ai giardinetti o all’oratorio, uno di noi tirava fuori la frase magica: «Allora, si gioca ad attrice preferita?». Tutti si facevano seri e concentrati. Seduti su un muretto o sul bordo del marciapiede, ognuno descriveva la propria attrice preferita. Erano descrizioni innocenti, diverse da quelle che avremmo fatto da grandi, da uomini. Il sesso era di là da venire (di là come l’oratorio femminile, che un alto cancello separava da quello maschile). Delle attrici ci piaceva il tono di voce, il modo di togliersi il cappotto, o di raccogliersi i capelli a coda di cavallo. Ricordo che Marco era fissato con una tale che nessuno di noi aveva mai visto in nessun film. Si chiamava Marlène Jobert. Le descrizioni che Marco ne faceva duravano quanto tutte le nostre messe insieme. Ricordo che una sera per colpa di Marco tornai a casa a telegiornale iniziato: fu l’unica volta che le presi da mio padre.

19 LUGLIO, ORE 11,05. Marco è in fila al supermercato. Dopo anni di infruttuose sperimentazioni si è convinto che fra le 10,30 e le 11,15 il flusso dei pensionati diminuisca. Per questo va sempre a fare la spesa in quell’oretta scarsa. Sorbendosi, immancabilmente, una fila di quindici minuti abbondanti. Ma quando, entrando, vede che c’è Lei, la fila si trasforma nel momento più piacevole della settimana. Lei si chiama Veronica (porta il nome - il cognome è A. - sul tesserino attaccato al camice). A Marco ricorda tanto Marlène Jobert. Anche se ha gli occhi scuri e non chiari; se i capelli sono sì rossi, ma più lunghi di come li portava l’attrice in L’uomo venuto dalla pioggia; e se la sua camminata (Marco lo scoprì il giorno in cui la vide sistemare i biscotti negli scaffali) è diversa, con i piedi leggermente divaricati, una camminata decisa da ragazza giudiziosa, non insicura e a balzelli come quella di Marlène in Ultimo domicilio conosciuto. Però Veronica ha lo stesso sorriso triste di Marlène; lo stesso modo di guardare per un istante nel vuoto, quando attende che il cliente conti le monetine da darle; lo stesso nasino, alla francese, ovviamente.

ORE 11,15. Marco ordina due caffè, uno ristretto per sé e uno macchiato per Veronica. Veronica non può stare tanto al sole, la sua carnagione chiarissima non lo sopporta. Anche per questo in spiaggia vanno la mattina presto, verso le 9. Fanno il bagno quando ancora in acqua non c’è nessuno. Poi stanno lì, e assaporano il silenzio salmastro che inframmezza i loro dialoghi. Verso le 11 tornano in paese. Ora bevono (sorridendosi) i loro caffè.

ORE 16,30. C’è un tratto della strada panoramica che piace molto a Veronica. È quello che costeggia il castello. Sotto due grandi pini, c’è una panchina da dove si gode la vista di tutto il golfo. La zona del castello si anima soltanto la sera dopo cena, per via della gelateria. Nel pomeriggio, Veronica siede sulla panchina e legge. Sta aspettando che Marco torni dal porticciolo: un amico deve aggiustare la barca e lui gli dà una mano. Ora un gatto sfiora le gambe di Veronica e fa le fusa.

ORE 19,25. È il tramonto. Un gruppetto di pensionati, sul piazzale della chiesa, si scioglie mentre nell’aria già si percepiscono profumi di pesto e fiori di zucca impanati. Un vecchio si ferma a parlare con Marco (non si vedono da tre anni) mentre gli altri ristanno e guardano ammirati Veronica. Ora lei sorride e fa un lieve cenno di saluto, alzando la mano destra. Con il braccio sinistro cinge Marco alla vita.

ORE 21,30. Tutti i tavoli all’aperto del ristorante sono occupati. Marco e Veronica prendono posto all’interno. Spaghetti allo scoglio, muscoli ripieni, acqua e un quarto di bianco bello fresco. Anche Veronica ne beve un sorso. Poi insiste per pagare la propria parte. È triste, domani torna a casa e riprende il lavoro. Marco rimarrà un’altra settimana. Ora escono dal ristorante, ormai affollatissimo, e s’incamminano verso la passeggiata a mare.

ORE 23,40. Sarebbe presto, ma questa sera è tardi. E troppe le stelle. Da qualche minuto Veronica non parla e Marco non sa più cosa dire. Sono appoggiati al muretto della marina. Veronica china la testa sulla spalla destra di Marco e per un istante, nella totale oscurità, lui coglie due bagliori negli occhi di lei. Ora Veronica rialza la testa e guarda Marco.

19 LUGLIO ORE 11.15. Marco sistema la sua spesa sul nastro trasportatore. Latte, tonno, insalata di riso, birre, croccolini. «Un sacchetto?». «No, grazie, ho la borsa». Marco paga. «Grazie e arrivederci, signore». E, rivolgendosi al cliente che segue (unoeottanta-occhi verdi-atletico, la razza più odiata dai normali come Marco): «La cassa chiude, signore. Mi spiace». Ma quel «mi spiace», Marco ne è certo, Veronica l’ha detto così, solo per cortesia.