La superpotenza che ha paura di se stessa

Il gigante globale deve fare i conti con i suoi principi e i suoi miti. E i suoi sensi di colpa

La colpa è di Marse Henry Watterson, un giornalista. È il 1896 e si mette a parlare di impero: «Siamo una grande repubblica destinata a plasmare l'avvenire del mondo. L’America sarà la nuova Roma». Don De Lillo, in uno dei suoi romanzi, lo ha definito il peccato di Icaro. È qualcosa con cui l’America prima o poi si ritrova a fare i conti. È lo strano destino di questa ex colonia costretta a interpretare nella storia un ruolo sempre più grande, solo che ogni volta perde qualcosa. Perde un pezzo di anima. È il destino di un impero riluttante. Qualche tempo fa David Foster Wallace parlava di quel gruppo di «grossi maschi bianchi», quarantenni o giù di lì, alti almeno un metro e ottanta, quasi tutti con gli occhiali, che stanno cercando di raccontare l'America. Tutta questa gente, diceva Wallace, guarda all'America come un gigante rattrappito, un po' isterico, che passa il tempo a guardarsi allo specchio e non si riconosce, troppo grande, troppo solo, troppo stanco dopo un secolo intenso, megalomane, feroce. L'America come Atlante si ritrova il mondo sulle spalle e non sa se questo peso sia il segno della sua forza o il simbolo della sua maledizione. Se si va alla radice del romanzo sociale americano, quello che scruta l'anima di un Paese immenso e ne intuisce inquietudini e correzioni, l'afrore che si sente è quello tipico della paura, sudore acre, sudore freddo, sudore che non va più via.
Il romanzo spesso racconta quello che la geopolitica fatica a capire. L'America ha vinto la Guerra fredda, si è infilata in tasca la Polonia e la Repubblica Ceca, e via via una miriade di satelliti ex sovietici. Ha polverizzato Serbia e Afghanistan. E poi, en passant, ha dimostrato l'inesistenza dell'Europa. Eppure l’America ha fallito. E non è solo colpa di quella sky line sfregiata, delle torri sbriciolate e, sotto cumuli di polvere, l’insicurezza di chi non si sente più inattaccabile. L’America ha avuto paura della sua potenza.
La scelta imperiale condanna gli Stati uniti a costruire muri intorno alla cittadella occidentale. Come tutti gli imperi che l'hanno preceduta, l'America, vero estremo Occidente, sarà assorbita, secondo l'espressione dello scrittore sudafricano John Michael Coetzee, da un unico pensiero: come non finire, come non morire, come prolungare la propria era.
Il muro è il confine che l'America non ha mai avuto, abituata ad avere come frontiera solo l'ultimo orizzonte, quello che ti porta sempre un passo in più verso Occidente. Ma muro o non muro, è questo il destino dell'America. Il muro è sicurezza, il non muro è libertà. Ma il muro serve appunto a difendere la libertà. È davvero un bel dilemma. Si può essere tolleranti con gli intolleranti? Si possono aprire le porte agli stranieri che corrompono la tua stessa identità? Si può abbracciare il nemico radicale e l'immigrato invadente? Forse sì, ma solo fino a quando non hai paura. Gli altri, i vecchi e nuovi nemici, quella paura l’hanno percepita, annusata. I russi, i cinesi, i terroristi islamici hanno messo a nudo il ventre molle, la contraddizione, la diversità di questo impero riluttante.
Gli imperi non sono democratici, non sono una società aperta, non scrivono nella costituzione che ogni uomo è libero, non hanno Thomas Jefferson tra i padri fondatori. Ogni volta che l’America indossa le vesti dell’imperatore perde un pezzo di storia, d’identità. L’America non è Caligola e neppure Costantino, ma è molto più simile a quell’Adriano raccontato da Marguerite Yourcenar, un imperatore scettico, che ragiona sui suoi sensi di colpa. È questa la sua grandezza, la nostra fortuna e la sua maledizione.