Ma il tabù ancora resiste: guardate cosa capita a Pansa

Nato nella Francia pre-Sarkozy e ora tradotto, Il tabù della destra di Eric Brunet è un libro relativamente superato che pone una questione relativamente attuale: perché in Italia le destre sono giunte per due volte al governo solo per farsi dare le idee da chi, come Feltri, viene dal Psi di Craxi; o, come Ferrara, viene dal Pci di Berlinguer; o, come Sofri, ispirò Lotta continua. Ci sono qua e là direttori e commentatori che vengono dal Msi, ma, anche se dignitosi e bravi, non hanno lo stesso ascendente.
Destre così, più che un tabù, hanno un problema: hanno delegato stabilmente la propria rappresentanza a un ex nemico. Le ragioni sono varie. La principale è quella che Leo Strauss, caro a Ferrara, definì reductio ad Hitlerum. Ovvero è invalso un automatismo: chi è di destra, è nazista. Chi è di sinistra, non è però comunista, è democratico. La politica politicante ha ridotto le idee a etichette e ci sono etichette più micidiali di altre; come ci sono anche identità più deboli...
Giorgio Bocca scriveva contro gli ebrei sull'organo della federazione fascista di Cuneo, La provincia granda; Enzo Biagi recensiva film sul Resto del Carlino della Repubblica sociale; Gaspare Barbiellini Amidei divenne giornalista nel dopoguerra, ma al Secolo d'Italia. Cominciata la carriera dove e come potevano, giunti alla fama vollero dimenticare, non perché avessero scritto brutti articoli, ma perché li avevano scritti su quelle testate; se li avessero scritti su Lo Stato operaio, l'Unità o Rinascita, l'avrebbero messo nei curricula.
Realtà di ieri, oggi superate? Chiedete a Giampaolo Pansa, che - col curriculum in perfetto ordine - ha recentemente sfidato il principio della reductio ad Hitlerum. Vittoriosamente e proprio in virtù di quel curriculum in ordine e comunque al prezzo di quali diffamazioni!
A questo punto, dopo l'anamnesi, il giornalista di destra medio non fa la diagnosi: fa il piagnisteo. Ne ha motivi. Ancora nel 1968 Giovanni Spadolini - che aveva cominciato a scrivere durante la Repubblica sociale, proprio come Biagi - diventava direttore del Corriere della Sera. In fondo il giornalismo di destra non era d'osservanza Nato lungo tutta la Guerra fredda? Ma dal 1968 fu emarginato: sinistra democratica e sinistra extraparlamentare si rivelavano infatti più letali per il comunismo di una destra semi-democratica e semi-intelligente. E quell'emarginazione si estese a ogni categoria professionale, sportive escluse.
È legione il nome di coloro che ci rimisero, se non la vita, la carriera, in ogni campo, eterni vinti, culturali e sociali, di un'area politica che è stata per lo più vincitrice: pare strano, ma è così, e lo è in Italia, come in Francia e in Germania. Ma siamo seri: se fossero stati vincitori, gli eterni vinti che cosa avrebbero fatto ai nemici? Li avrebbero emarginati, o peggio. A scandire «Ankara, Atene, adesso Roma viene!» quarant'anni fa; a implorare «Vogliamo Pinochet!» trent'anni fa, erano molti di loro. In politica si deve stare al gioco, si perda o si vinca. Come proporsi «alternativa al sistema» e pensare che il sistema te ne sia grato? E non furono solo gli estremisti a brillare in questa ossessione per il rovesciamento della Repubblica: come dimenticare le lettere di Montanelli, allora inviato del Corriere della Sera, all'ambasciatrice americana Clare Luce che - prima della crisi di Budapest - la incitavano al colpo di Stato in Italia?
Lungo è il cammino della maturità politica. Gli immaturi restano per strada, per il solo fatto di appartenere a uno schieramento, anche senza una propria colpa: a differenza della responsabilità penale, quella politica non è personale, ma collettiva.