Tanta disco-dance con il fiato corto

Ma fu una grande stagione per il rock e i cantautori

Cesare G. Romana

Speriamo che questo Notte prima degli esami, intitolato ad una bellissima canzone di Antonello Venditti, non stimoli un’abbuffata revivalistica di quelle che ogni tanto seducono i discografici: come quando, negli anni 70, si avviò la dissepoltura di tante figurine evanescenti del precedente decennio, Franco I e Franco IV, Mario Tessuto, Renato dei Profeti, trascurando artisti che quel decennio avevano reso davvero grande, i Paoli, gli Endrigo, i Bindi, i Tenco. Gli anni Ottanta, in realtà, si prestano a mistificazioni del genere: la musica vi conobbe un generale arretramento culturale, trionfò una sorta di Controriforma che nel segno del «riflusso» tentò d’annullare la spinta ideale dei due decenni antecedenti, i ritmi robotici del pop da discoteca, l’insorgere di un giovanilismo futile e plastificato, il predominio della visualità sui contenuti fecero della musica popolare un grande divertimentificio, un festival dell’edonismo epidermico e dell’evasione colorata. I divi momentanei della disco-dance e i gruppuscoli teenageriali come Duran Duran o Spandau Ballet, conobbero così una popolarità sconfinata nell’immediato, ma destinata ad estinguersi presto per carenza di prospettive culturali, e l’affermarsi del video come succedaneo dell’ascolto retrocesse la musica a semplice pretesto ritmico per sofisticate fantasmagorie visive, a tutto danno della profondità e dell’emozione. Anche artisti di enorme talento, come David Bowie, si prestarono a questo gioco assai redditizio, introitandone cospicui vantaggi.
Sennonché il tempo è galantuomo e il pubblico non è la massa acefala che l’industria musicale ritiene che sia. Così molti dei fenomeni più fortunati di quel decennio non andarono oltre il medesimo, grazie anche al fatto che la musica, come tutte le arti, è sì esposta al rischio della futilità, ma poi possiede gli anticorpi per espellerla. Così, se oggi ha un senso ricordare gli anni Ottanta, lo ha in virtù di quelle salutari eccezioni che, sottraendosi all’effimera fiammata delle mode correnti, evitarono di farsene incenerire. Gioverà dunque ricordare che quel decennio non ci diede soltanto i Moroder e le Donna Summer, i Duran Duran e gli Europe, ma segnò alcuni punti fermi con i quali tuttora ci ritroviamo a fare i conti. Ci furono il trionfale esordio italiano di Bob Dylan e Bruce Springsteen, l’affermazione planetaria degli U2, le colte sperimentazioni di Peter Gabriel e David Byrne, l’avvento della world music, l’affermarsi, con Prince, d’una dance più vicina alle radici autentiche della musica nera. Quanto all’Italia, gli anni Ottanta non ci diedero soltanto Ivan Cattaneo e il suo friabile techno-cabaret. Ci diedero ben altro: salpò la fama internazionale di Paolo Conte, Lucio Dalla conquistò il mondo con Caruso, De André, De Gregori e Battiato, con Creuza de mà, Titanic e La voce del padrone, assicurarono agli anni Ottanta qualche robusto motivo di ricordarli.