Le tante facce del Premio Chiara

da Mantova
«Paura della Cina? È un problema vostro, europeo. In Usa non c’è tutto questo allarmismo». Ha Jin non ha dubbi: l’assioma «capitalismo comunista, secolo sinoamericano e Impero di mezzo» è roba buona per titoli di giornali. La realtà a suo dire è molto diversa e complessa. «Certo, la crescita economica è un dato di fatto ed è sotto gli occhi di tutti, ma la Cina è grande, ci sono aree immense che vivono in uno stato di estrema povertà, dove la produttività è bassissima e precaria. È un processo molto più lento di quanto si pensi da voi in Europa».
Al Festivaletteratura di Mantova affronta così l’«argomento Cina» Ha Jin, lo scrittore che dal 1985 ha lasciato la Cina per approdare in Usa. Nato nel 1956 nella provincia rurale di Liaoning, ai confini della Corea, a 14 anni si è arruolato volontario (mentendo sull’età) nell’Esercito popolare della Liberazione e ha prestato servizio alla frontiera con la Russia. In seguito, dopo una laurea in letteratura americana e gli eventi in piazza Tienanmen, ha scelto di rimanere negli States. Oggi i suoi libri sono banditi in Cina e l’unico che è stato pubblicato è passato sotto le cesoie della censura. «Il vero allarme - racconta - è di un altro tipo: la Cina è un problema politico. Il potere usa il boom economico a proprio vantaggio e se ne frega della popolazione. È un regime che ancora bandisce le religioni, che controlla, manipola e gioca sull’emotività della gente. Questo è il vero pericolo. L’Europa non deve avere paura. La Cina è un Paese rovinato, un relitto».
Non ha peli sulla lingua questo scrittore quasi cinquantenne, americanizzato nel look e nel modo di fare. Parla senza nostalgia della sua patria che forse un giorno tornerà a visitare, quando e come non si sa, dove i giovani, racconta, vivono una dimensione di schizofrenia: da un lato subiscono il costante lavaggio del cervello da parte di un potere nazionalista che manipola cuori e pensieri; dall’altra assistono al processo di una forte apertura economica e accedono a Internet, balia globale che anche da quelle parti sta svezzando una generazione senza frontiere. «In Cina non esiste il tabù del sesso o delle canzoni pop, i veri tabù sono il comunismo, gli eventi di Tienanmen e la guerra in Corea, questioni che non si possono affrontare e che restano aperte».
Ed è proprio alla guerra in Corea che Ha Jin ha dedicato il suo ultimo libro, War trash (Neri Pozza), romanzo che osserva la guerra dal di dentro e con il dovuto distacco, dove americani, soldati di Chang Kai-Shek, cinesi nazionalisti, cinesi comunisti e comunisti e basta giocano a fasi alterne i ruoli di vittime e aguzzini, in un girotondo di allucinante verità: l’uomo dà il peggio e il meglio di sé a seconda delle situazioni, l’umanità è quello che è, tutto è ciclico e si ripete.
Lo scrittore narra la storia di Yu Yuan (si presume una sorta di alter ego) il quale, affascinato dai comunisti, ne scopre in seguito il lato oscuro e l’ottusità («La storia ci insegna che i comunisti sono sempre più indulgenti con i propri nemici che con la loro gente. Solo diventando acerrimi nemici del comunismo potrete sopravvivere dignitosamente», dice un capo militare ai prigionieri comunisti in Corea terrorizzati di tornare a casa nella Red China). Ma il protagonista del libro, un intellettuale «anarchico» che legge la Bibbia, vede i torti e le ragioni di tutti, anche quando viene assalito dai nazionalisti che gli tatuano la pancia con la scritta «Fuck communism»; decide allora di stare fuori dai giochi e di non rimanere prigioniero né della propaganda comunista né di quella americana. I soldati Usa non sono molto meglio dei nazionalisti cinesi, feroci artisti nell’infliggere torture: se i primi sono maestri nel picchiare, rompere costole e spaccare la faccia a chi osa disubbidire, i secondi traggono piacere nel provocare dolore agli altri. Succede nel campo di detenzione americano dell’isola di Koje, in Corea, dove i nazionalisti cinesi «spezzano le caviglie, ti obbligano a inginocchiarti su lattine aperte e taglienti, ti sfregiano il corpo con un coltello e poi ti mettono il sale sulle ferite...».
Ha Jin scrive in inglese e probabilmente, almeno per adesso, non vedrà pubblicato il suo libro in Cina. Intanto continua a scrivere in una lingua che non è la sua ma che con il tempo, dice, lo porterà a diventare uno scrittore a pieno titolo americano, o meglio, cino-americano, così come vengono etichettati gli scrittori del multiculturalismo Usa. Del resto Ha Jin è in buona compagnia: nella Cina che tanta paura fa all’Europa, le opere del Nobel Gao Xingjian non circolano se non sottobanco e altri scrittori come Liu Sola sono passati al setaccio ed epurati dei passaggi più «controversi». Mentre le opere complete di un autore gay come Cui Zi’en sono uscite senza problemi già nel 2003: in Cina il sesso non è tabù. m.gersony@tin.it

Ha Jin (con Alessandra Lavagnino) è oggi al Festivaletteratura di Mantova (Palazzo di San Sebastiano, ore 10,15) per raccontare la propria esperienza di ex soldato ed esule cinese.