Tante rose e cioccolatini per «spiare» l’Ungheria

Egidio Sterpa ricorda i tredici giorni della rivolta vissuti «in diretta» dalla redazione del «Tempo» (grazie anche ai regali alle centraliniste statali)

Cinquant’anni fa, 1956. Che anno quel 1956, drammatico, denso di avvenimenti sconvolgenti. Ritrovo la mia rubrica di quell’anno, che tenevo sul tavolo di redazione e ne traggo alcuni miei appunti. Ero giovanissimo redattore capo del Tempo, allora grande giornale diretto da Renato Angiolillo, colmo di grandi firme. Ne cito alcune: Gianni Granzotto, Ettore Della Giovanna, Ugo D’Andrea, Italo Zingarelli, Salvatore Aponte, Adriano Grande, Alberto Giovannini, Mino Caudana, Giovanni Artieri, Virgilio Lilli, Piero Accolti, Nantas Salvalaggio, Igor Man, Ilario Fiore, Arnaldo Vacchieri, senza contare critici come Silvio d’Amico, Gianluigi Rondi, Giorgio Prosperi, Enrico Falqui, Carlo Belli, Virgilio Guzzi. Angiolillo ci teneva a competere col grande Corriere.
Accadde di tutto quell’anno: a gennaio il congresso del Pcus, in cui Kruscev denunciò i crimini di Stalin (il rapporto fu pubblicato dal New York Times in giugno); l’Italia, caduto il veto dell’Urss, fu ammessa all’Onu; al Senato morì Vanoni; in giugno in Polonia, a Poznan, ci fu una rivolta di operai, che riportò al potere Gomulka; ad aprile uscì il primo numero del Giorno, giornale dell’Eni, diretto da Gaetano Baldacci; s’inaugurò la Corte costituzionale, presieduta da Enrico De Nicola, ch’era stato Capo provvisorio dello Stato; fu sciolto il Cominform; il 26 luglio affondò in Atlantico l’«Andrea Doria» (55 morti); l’8 agosto, nella miniera di Marcinelle, in Belgio, perirono 237 minatori, di cui 139 italiani; il 17 settembre, in dissenso col Governo, De Nicola si dimise dalla Corte costituzionale; il 26 settembre morì Piero Calamandrei, insigne giurista; il 23 ottobre, la rivolta d’Ungheria; il 29 ottobre 101 intellettuali comunisti firmarono un manifesto antistalinista (alcuni poi ritirarono la firma); il 31 ottobre Gran Bretagna e Francia inviarono navi e truppe in appoggio ad Israele contro Egitto, ma Usa e Urss le costrinsero a ritirarle; il 15 novembre si dimise l’ambasciatore americano a Roma, Clara Boothe Luce, per motivi di salute; il 22 novembre si inaugurarono le XV Olimpiadi di Melbourne; l’8 dicembre si svolse l’VIII Congresso del Pci, che confermò Togliatti segretario; il 30 dicembre venne espulso dal Pci Eugenio Reale, già ambasciatore a Varsavia.
Ma il 1956 fu soprattutto l’anno della rivoluzione d’Ungheria, che durò dal 23 ottobre al 4 novembre, tredici giorni indimenticabili, in cui annotai impressioni e notizie sul mio diario. Tredici giorni che vissi con grande partecipazione. Una grande tragedia, come annotò nella sua cronaca-analisi François Fejtö, che egli scrisse, si può dire, in sincronia con gli avvenimenti. La vissi come tale, in effetti, nel mio box del Salone delle Cariatidi di Palazzo Wedekind, in piazza Colonna, recandomi continuamente a leggere alle telescriventi i dispacci delle diverse agenzie, ascoltando, quand’era possibile, la radio ungherese, che ogni tanto trasmetteva in francese, cercando di mettermi in contatto con gli inviati a Budapest (Ilario Fiore e Piero Accolti), tempestando di telefonate corrispondenti e diplomatici in Europa (Vienna, Belgrado, Parigi, Londra, Bonn e anche Palazzo Chigi, dove allora era il ministero degli Esteri. Ero appena tornato dagli Stati Uniti, dove ero stato testimone e cronista della tragedia dell’«Andrea Doria»).
Nei giorni precedenti il 23 ottobre, la mia attenzione era rivolta agli avvenimenti polacchi dove, dopo la rivolta di Poznan, era stato nominato segretario del Partito comunista Gomulka, riabilitato dopo essere stato in carcere sotto l’accusa di nazionalismo. Uno degli inviati del Tempo, Ilario Fiore, era a Vienna in attesa del visto per recarsi a Varsavia.
Le notizie che arrivavano da Budapest mi tenevano in tensione, avvertivo che stava per accadere qualcosa. Mi giungevano segnalazioni di fermenti tra gli intellettuali del Circolo Petöfi. In effetti il 23 ci fu una prima manifestazione pro-Gomulka sotto il monumento di Petöfi, poeta ungherese dell’Ottocento morto combattendo contro i russi.
Telefonai a Fiore dicendogli: «Vai subito a Budapest, non perdere tempo ad attendere il visto per Varsavia. In Ungheria potrebbe accadere qualcosa di grosso». Egli resisteva, voleva a tutti i costi raggiungere Varsavia. Dovetti essere drastico, riuscendo finalmente a convincerlo. Prese a Vienna l’ultimo treno per Budapest (e questo divenne poi il titolo del suo libro sulla rivolta).
Da allora le notizie da Budapest, bloccate le comunicazioni, arrivarono con fatica, a pezzi e bocconi. Qualcosa si riusciva a sapere via radio, difficilissimo l’uso del telefono, l’agenzia di stampa ungherese qualcosa trasmetteva ma a lunghi intervalli: i messaggi, quando arrivavano, erano drammatici, toccanti.
Ecco un appunto dal mio diario: «Alle ore 13 di oggi 23 ottobre, radio Budapest dà in francese questo messaggio del Circolo Petöfi: “Data la presente situazione ungherese, proponiamo che sia convocata al più presto possibile una sessione del Comitato centrale del partito. Il compagno Imre Nagy dovrebbe partecipare ai lavori preparatori della sessione”».
Imre Nagy? Ecco il mio appunto: «Presidente del Consiglio dal 1953 al 1955, poi espulso dal partito e riammesso nel 1956. Simbolo del nuovo corso post-staliniano, considerato “comunista nazionale”».
Quanta fatica per ricevere i servizi dell’inviato a Budapest. Fiore faceva del suo meglio: quando non riusciva a trasmettere per telefono o per telescrivente, il che accadeva quasi sistematicamente, ci faceva giungere i suoi scritti da Vienna. Feci partire per Budapest anche Piero Accolti, bravo e brillante scrittore. Poi, d’accordo col direttore, spedimmo Granzotto a Belgrado, Della Giovanna a Londra, a Bonn c’era Paternostro. Più tardi, quando esplose il conflitto Israele-Egitto, partì per Tel Aviv Mino Caudana (il suo nome era Anselmo Jona, ebreo, e quindi riuscì ad entrare facilmente in Israele), per l’Egitto Igor Man e Arnaldo Vacchieri per Cipro, punto d’osservazione nell’Egeo.
Fu quella una stagione giornalistica eccezionale ed emozionante. Ci muovemmo da grande giornale. Solo il Corriere ci teneva testa, con Montanelli a Budapest e altri inviati in giro per l’Europa e nel Mediterraneo.
Ci mancò poco che non portassi una branda in redazione. Andavo a casa alle 6 o 7 del mattino, quando ormai le copie del giornale erano tutte uscite dalla rotativa, dopo aver tentato di avere le ultime notizie da Budapest, con insistenze presso i centralinisti di Stato. Non era facile allora telefonare. Facevo inviare spesso rose e scatole di cioccolatini (che acquistavo da Ronzi e Singer, il magnifico caffè-pasticceria all’angolo piazza Colonna-via del Corso, che da anni non c’è più) per farmi perdonare dalle centraliniste le mie fastidiose insistenze. Dormivo qualche ora, tornavo al giornale a mezzogiorno, l’una.
Dal mio tavolo di redazione, tra fogli di agenzie, pezzi di giornali, bozze di articoli, foto che venivano recapitate, vissi davvero febbrilmente, con ansia mai più provata, quei drammatici giorni della rivoluzione d’Ungheria. Le foto più impressionanti furono quelle dell’abbattimento del monumento a Stalin. Non ne mancarono di scioccanti: giovani caduti sotto il piombo russo e della polizia filosovietica, abbandonati per le strade, qualche impiccato agli alberi, qualcuno a testa in giù; barricate, giovani armati con fucili sottratti ai poliziotti; soldati che passavano dalla parte degli insorti; qualche foto di Nagy e del generale Maleter, i due «eroi» della rivolta.
Furono tredici giorni di passione nelle redazioni. Apprensioni, timori a distanza quando arrivarono i carri armati sovietici. Quanti furono i morti? Migliaia, diverse migliaia. Cifre ufficiali non ce ne sono mai state.
Quante interpretazioni della rivolta: i ribelli erano comunisti che volevano una revisione del regime? Erano nazionalisti? Erano certamente patrioti, come ce n’erano ancora nell’Europa di quegli anni. Eroi romantici, perché no? Bella e solida gente, magiari fieri, come si è visto.
La rivoluzione fu spenta sanguinosamente il 4 novembre. Era una domenica. Una radio libera ungherese (non fui così accorto da rilevarne il nome esatto) alle ore 12 di quel giorno, ch’era festa nel resto del mondo, trasmise, in ungherese, italiano, francese e tedesco questo messaggio: «Attenzione, attenzione, questa è l’ultima stazione libera ungherese. Questa mattina all’1.30 le forze sovietiche hanno scatenato un attacco generale contro la nazione ungherese. Chiediamo alle Nazioni Unite di inviare aiuti immediati. Chiediamo che truppe paracadutiste vengano lanciate nell’Ungheria occidentale. Può darsi che le nostre trasmissioni cessino presto e che non possiate più udirci. Noi comunque taceremo soltanto quando ci avranno uccisi».
E tutto finì. Con molta vergogna, diciamolo, per l’Occidente. Imre Nagy fu arrestato (e non fu il solo), trasferito in Romania, processato, condannato a morte, ucciso nel 1958. Mi capitò nel 1990 di andare in Ungheria e di recarmi con il presidente Cossiga a rendergli omaggio nel cimitero di Budapest. Come ora che scrivo queste note, mi vennero alla mente i giorni terribili del 1956. Con un po’ di commozione, lo dico tenendomi ben lontano dalla retorica.