Tasse, lavoro, monopoli Le battaglie economiche di un meritocratico

Luigi Einaudi non ha mai scritto un libro sistematico per esporre il suo pensiero sul modello economico che egli riteneva ottimale. E il suo libro Lezioni di politica sociale, con cui doveva colmare tale lacuna per la parte riguardante lo stato del benessere, cioè sicurezza sociale, sanità e altri interventi sociali è rimasto incompiuto. Tuttavia il pensiero di Einaudi sulla teoria del modello economico ottimale e sulla concezione «neo liberale» emerge con chiarezza dai suoi scritti: Miti e Paradossi della Giustizia Tributaria, dove c’è il saggio sul mito del contribuente che paga sino al all’ultimo centesimo e quello sulla boria dei sommi principi utilitaristici dell’imposta progressiva; Prediche inutili, in cui campeggiano il saggio come «Conoscere per deliberare», «In lode del profitto», «Scuola e libertà» dove sostiene che va abolito il valore legale dei titoli di studio, in particolare le lauree; e Prediche della Domenica, in cui ci sono saggi brevi esemplari per chiarezza e logica economica: quello su come creare occupazione in cui nega la tesi keynesiana che basta cercare lavoro inutile per generare nuova domanda e quindi sviluppo, quello sulla moltiplicazione dei burocrati, quello sui fattori per lo sviluppo del Mezzogiorno.
Einaudi era anche un giornalista, che si era ferrato a quel mestiere, nel 1896, a 22 anni, lavorando a La Stampa per guadagnarsi il pane mentre iniziava la carriera universitaria. La sua concezione del modello economico ottimo è quello dell’economia di libero mercato di concorrenza, considerata in modo dinamico, in cui il risparmio, assieme alla voglia di assumere rischi, creano sviluppo economico, in un società aperta, in cui lo Stato fornisce la cornice. Cioè innanzitutto le regole del gioco, fra cui emergono quelle sulla chiarezza dei bilanci delle società e delle banche, quelle contro i monopoli (ma non contro la concorrenza monopolistica), quelle a tutela del dritto di proprietà e quindi anche del risparmio e della moneta e quelle di libero contratto, con la libertà sindacale, ma senza monopolio del mercato del lavoro e netta preferenza per la contrattazione aziendale. Nella cornice che lo Stato deve dare al quadro del mercato ci sono altresì le spese per le infrastrutture e quelle per l’istruzione, con la tesi che le università andrebbero finanziate per metà dagli studenti e metà dal contribuente e dai benefattori. E nelle imposte c’è preferenza per quelle sui consumi.
Einaudi è stato spesso tacciato di conservatorismo, ma nella sua impostazione c’è anche la sfida continua della competizione delle nuove generazioni e delle altre nazioni. Einaudi non pensa che il suo modello possa esplicarsi automaticamente e sostiene che esso però è da preferirsi a ogni altro perché consente meglio di operare a tre principi, fra loro connessi: quello di libertà, quello di responsabilità, quello per cui l’uomo procede per tentativi e la distribuzione dei rischi e degli errori su chi ne è responsabile e il relativo confronto migliorano la società. Rifiuta il dirigismo e le teorie socialiste di stampo egualitario, sostiene il principio a ciascuno secondo i suoi meriti e accetta anche interventi dello Stato sul mercato, per garantire beni come la salute e la pensione, purché conformi al principio che il pasto non è gratis.