AL TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI UNO STRAORDINARIO SPETTACOLO DI DANZA

CON DANTE LA STORIA PER VISIONI ED EFFETTI SPECIALI REALIZZATI DA BALLERINI DI GRANDE QUALITà . NULLA A CHE VEDERE CON LA SOLITA DANZA MODERNA, MA QUALCHE COSE DI PIù VOCE RECITANTE E GRANDI ACROBATI RENDONO UNO SPèETTACOLO UNICO

Luciana Baldrighi
E' dedicato alla Divina Commedia di Dante lo spettacolo teatrale più entusiasmante della stagione. Stiamo parlando di Inferno+Cantica II, il progetto che Emiliano Pellisari ha messo in scena al Teatro degli Arcimboldi di Milano dal 3 al quindici maggio e che l'anno prossimo avrà la sua degna conclusione con la parte finale della trilogia dedicata al Paradiso.
Con quella che è una vera e propria intuizione visionaria, Pellisari chiude la Sezione Danza della Stagione per l'anno in corso, allestendo uno spettacolo che annulla la fisica della realtà per condurre lo spettatore nello spazio del sogno.
Per ciò che si è visto nelle prime due parti della Trilogia, quelle dedicate all'Inferno e al Purgatorio, si deve parlare di un lavoro dove il disegno della luce, la musica e gli effetti speciali si coniugano con la danza, l'atletica circense e la mimica. Dal buio, senza soluzione di continuità, come in una quadro di Bosch, di Caravaggio o di Magritte schiere di dannati cadono al suolo, angeli e demoni si affrontano nello spazio, filosofi arabi galleggiano nel limbo, Paolo e Francesca volano nel cielo... Una grande stella pulsante, formata dal corpo dei danzatori, appare e scompare nell'aria. Nel Purgatorio, scale infinite alla maniera di
Escher e di Piranesi appaiono dal soffitto, corpi nudi si intravedono dalle maglie di grandi stoffe semitrasparenti e si librano magicamente nell'aria, un atmosfera barocca rimanda alla mente un Medioevo fantastico scandito da musiche tratte dal repertorio dell'epoca. Tutto immerge ilo spettatore in un'atmosfera di sogno e di delirio, di magia e di stupore. Lo stile di Pellisari affonda le sue radici nello studio del teatro ellenistico e rinascimentale, arricchito dalle ricerche effettuate sulle macchine sceniche del Seicento: il risultato è una tecnica scenografica dove il rapporto uomo-macchina trasforma lo spazio sensoriale, imponendo nuove tecniche coreografiche che fanno dei suoi lavori un unicum.