La tecnologia in difesa delle frontiere e delle persone

N on ci stupiamo, anzi ci rallegriamo, che la Germania sia stata la prima nazione europea a introdurre il passaporto elettronico che, oltre alla foto, deve contenere anche un chip con le impronte digitali. Se mai, c'è da rimpiangere che un tale provvedimento, la cui introduzione nelle normative nazionali è stata deliberata dall'Unione Europea, non sia stato finora reso operativo anche nel nostro Paese, cosa che probabilmente aiuterebbe al controllo dei delinquenti recidivi, piccoli e grandi, che possono entrare e uscire impunemente dalle nostre frontiere.
Ai demagoghi che pongono la questione della privacy personale e della difesa dal «grande fratello» che tutto scheda e controlla, vorremmo chiedere come sia possibile, oggi, in presenza di milioni di esseri umani che arrivano dall'esterno del continente e si spostano in continuazione dalla Svezia alla Spagna, tenere sotto controllo il fenomeno senza affidarsi a mezzi non modificabili e non falsificabili, quali sono i dati biometrici che garantiscono la certezza dell'identificazione personale.
Il ricorso a tali mezzi (persino nel Regno Unito dove fino a ieri non esisteva neppure la carta d'identità) si è reso necessario, oltre che per l'immigrazione di massa, soprattutto per la crescita esponenziale del terrorismo islamista, il cui attacco contro l'Occidente americano ed europeo ha assunto una dimensione globale e una capacità organizzativa transnazionale, difficilmente controllabile dai sistemi nazionali di prevenzione e repressione.
Dunque, al di là dell'allarmismo, il documento di identità contenente dati biometrici della persona - che possono essere le impronte digitali, l'iride o anche altre caratteristiche uniche ed irripetibili del corpo umano - è ormai divenuto da alcuni anni un normale strumento di identificazione per milioni di persone, compresi i criminali e i delinquenti professionali che, con sempre maggiore frequenza e facilità, passano da Stato a Stato, soprattutto da quando l'Europa è divenuta una grande area di libera circolazione.
Negli Stati Uniti da anni è stato adottato non solo il passaporto digitale per tutti, ma anche un casellario delle iridi (costruito su base volontaria) di quei cittadini di tutto il mondo che hanno accettato la procedura in modo tale da potere superare rapidamente i controlli ai posti di frontiera (all'aeroporto JFK di New York c'è un passaggio particolare, l'international terminal 4) che, come tutti sappiamo, sono divenuti particolarmente lunghi e difficoltosi.
Anche in Europa, fin dall'ottobre 2004, i ministri dell'interno di Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito hanno convenuto di inserire nei passaporti rilasciati dagli Stati un segno particolare - impronte o l'iride - in maniera tale da rendere inequivocabilmente rilevabile nell'intero sistema della sicurezza europea. E l'Italia ha approvato il 29 novembre 2005 un decreto del ministero degli Affari esteri che istituisce il passaporto elettronico e ne individua le caratteristiche tecniche. Qualche tempo fa è stato reso noto che il commissario europeo per l'Italia a Bruxelles, Franco Frattini, ha depositato l'impronta della sua iride all'aeroporto Heathrow di Londra per facilitare i suoi frequenti spostamenti.
Il ministro italiano Amato ha sottolineato in una recente riunione a Lisbona la necessità che anche i cittadini italiani accettino l'idea di fornire i propri dati biometrici per facilitare i viaggi attraverso gli aeroporti e, al tempo stesso, garantire migliori controlli di sicurezza. Ma, al solito, in Italia, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Per chi come noi professa uno spirito liberale, si pone certo il problema del rispetto dei diritti individuali. La sofisticazione della tecnologia, insieme con la messa in comunicazione delle reti dei dati personali, può senza dubbio rappresentare un pericolo se le autorità che maneggiano le operazioni abusano per scopi non istituzionali del potere loro conferito.
Difatti il buongoverno si misura non sulla rinuncia populistica agli strumenti che consentono prevenzione e sicurezza, ma sui limiti e sui vincoli che le istituzioni pongono sulla loro utilizzazione al fine di un uso appropriato dei potentissimi mezzi oggi a disposizione.
m.teodori@mclink.it