Il tempo dei nonni baby sitter vale oltre 80 milioni di euro

MonzaSono i nonni la vera cassaforte di famiglia. In tutti i sensi. Il dato emerge da una ricerca realizzata dal pediatra Italo Farnetani che sarà presentata il 23 febbraio all’Urban center di Monza. Una fotografia a colori della terza età monzese che rivela come nel corso degli anni i cosiddetti «avi» siano diventati non solo il braccio destro dei figli, ma anche fonte di risparmio a sei zeri. La stima parla di 80 milioni di euro annui, tanti persino per una realtà ricca come quella brianzola. L’elenco delle spese evitate grazie ai nonni è lungo: baby sitter, trasferte, vacanze, regalini fuori sacco, svaghi e ore di lavoro cui i genitori non devono rinunciare per seguire i pargoli nelle loro attività. Dallo sport al corso di musica, il nonno diventa all’occasione accompagnatore, custode e, perché no, compagno di giochi. Monza detiene su questo fronte un piccolo primato nazionale perché è proprio qui che si registra la media più alta di nipoti giovanissimi, sotto i 14 anni di età. In totale ogni anno sono 2mila i monzesi che diventano nonni per la prima volta e 2.500 i già nonni che lo diventano di nuovo. In città ne risiedono ben 24.835 di cui 11.475 maschi e 13.360 femmine. Lo stuolo dei nipoti è imponente: ben 72mila bambini, con una media di 3 nipoti per nonno, e un esercito di under 14 che rappresenta il 77,1% del totale rispetto al dato nazionale fermo al 71,6%. Con tutto quel che ne consegue in termini di bisogni e richieste di custodia ed educazione, sottolinea la ricerca. Un coinvolgimento, dunque, che se non è a tempo pieno poco ci manca. Ed infatti in termini di ore dedicate, la media monzese si rivela più alta che nel resto d’Italia. E’ il 28,5% dei nonni, contro il 24,4 nazionale, a prendersi cura dei bambini durante la giornata e il 26,6% (a livello italiano è il 24,5%) ad occuparsene per impegni occasionali dei genitori. A seguire arrivano, con l’11,1%, quelli che rimangono con i nipoti nel tempo libero e il 10,4% nei periodi di vacanza. Ma il coinvolgimento, si legge nello studio, non è dettato da una carenza di strutture o di servizi, tanto è vero che quando i nipoti sono ammalati ad occuparsene sono più che altrove le strutture sanitarie. Alla base del rapporto stretto c’è la vicinanza: se solo una minima parte, pari al 5,5%, abita con i nipoti, la stragrande maggioranza non dista da loro più di qualche via. Il 35,9%, risiede a meno di un chilometro e se i nipoti abitano in un altro Comune, per un nonno su cinque la distanza non supera i 16 chilometri. Ciò significa che il 43,2% riesce ad avere un rapporto quotidiano con i propri nipoti e il 33,5% ha comunque un contatto telefonico. «Questa vicinanza – spiega Farnetani – dimostra che in Italia la famiglia nucleare non esiste perché è allargata dai nonni. Inoltre se i figli abitano vicino ai genitori, significa che non si sono dovuti spostare o migrare per trovare lavoro e cioè che l’economia reale ha dato opportunità e il territorio ha garantito abitazioni e servizi».