La tenerezza e la ribellione della scultura

«La materia per sé sola è quasi matta, solo il pensiero è sostanza. Solo il pensiero crea, e l’artista deve essere creatore di cose nuove delle quali è avido l’animo umano». Queste parole di Arturo Martini (Treviso, 1889 - Milano, 1947), uno dei massimi scultori del Novecento, esprimono il suo desiderio di misurarsi contro una tradizione secolare basata sui moduli di una presunta classicità. E in effetti egli si presenta alla svolta dell’arte italiana del 1920 con una carica rivoluzionaria ed una esperienza d'eccezione, dovuta a un lungo periodo formativo che dalla natia Treviso lo portò a Monaco di Baviera, a Parigi, a Roma e in altre città. Nella Galleria nazionale d’arte moderna (viale delle Belle Arti, 131), da oggi al 13 maggio, si tiene la prima mostra antologica di Arturo Martini in uno spazio pubblico romano: una mostra che completa un progetto espositivo iniziato a Milano, ponendo l’accento sui rapporti fra Martini e la capitale, dove egli raggiunse il successo vincendo il primo premio alla Quadriennale del 31. Tra l’altro è nota la grande statua di Minerva nell’università «La Sapienza», simbolo dell’ateneo. Dagli esordi fino alla sua celebre pubblicazione La scultura lingua morta del 1945, l’arte di Martini tocca alcune tappe fondamentali della nostra cultura degli anni Venti e Trenta, fra Metafisica, Valori plastici e Novecento. Ben 100 sono le opere esposte, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. Sono state realizzate in gesso, terracotta, ceramica, pietra, bronzo, con esiti ora lirici ora drammatici. La forza, la ribellione, ma anche la tenerezza e l’abbandono caratterizzano i suoi ritratti. Ci colpisce soprattutto lo sguardo poetico e puro di creature che sembrano destinate a salvare l'anima, altre volte l’atteggiamento pensoso o il senso di attesa, altre volte ancora la potenza vitale dei nudi. Il figliol prodigo (bronzo, 1925) è un capolavoro assoluto: allo sguardo interrogativo del figlio si contrappone quello sperduto del padre che forse ancora non lo riconosce, ma il suo corpo già si scioglie nell'abbraccio. La moglie del poeta (gesso, 1922) sembra esprimere con gli sguardi e i gesti sentimenti romantici e incontaminati. Fanciulla piena d'amore (1913), La Pisana (1928), La lupa ferita (1930), sono figure femminili fortemente coinvolgenti. L'uomo che beve (pietra di Finale, 1933-36), essenziale ma potente, è quasi sicuramente suggerito dai calchi pompeiani. Altre volte Martini attinge all'arte etrusca, come pure a quella medievale e rinascimentale, riuscendo comunque a rivoluzionarne i canoni. Del resto, secondo il suo pensiero, «la bellezza è fatta di ricordi di tutti i tempi». Sono presenti in mostra le opere della Galleria nazionale d’arte moderna che, per ragioni conservative, non è stato possibile presentare a Milano: Il dormiente (1921), Orfeo (1927), il Pastore (19’30), Le Stelle-Le Sorelle (1932).