Le tentazioni del Rushdie greco

Si chiama Andrulakis. È cretese ed è stato processato per oscenità. Il suo ultimo lavoro esce ora in Italia

«Il più grande bestemmiatore della cristianità». Così dicevano di Mimis Andrulakis quando il deputato (della sinistra) e scrittore greco pubblicò il suo romanzo M all’ennesima potenza. Il libro fu attaccato dalla Chiesa ortodossa e da varie associazioni religiose. Giorgos Markulatos, presidente del Movimento greco-ortodosso per la salvezza (Elkis) definì Andrulakis «l’ultimo foro nel flauto del diavolo». I monaci del Monte Athos chiesero la proibizione del libro «ingiurioso, diseducativo e nato dalle frustrazioni sessuali del suo autore». E l’autore stesso fu trascinato in tribunale, guadagnandosi sul campo il titolo, forse un poco esagerato, di «Salman Rushdie greco».
Ma cosa aveva scritto di tanto grave il buon Andrulakis? Aveva evocato il presunto matrimonio di Gesù con Maria Maddalena, non negandosi il piacere di indugiare su qualche dettaglio intimo della relazione: la «M» del titolo, del resto, è la lettera iniziale della parola che in greco designa il sesso femminile. Insomma, era il tema che di lì a poco avrebbe decretato il successo mondiale del più casto Dan Brown e del suo Codice Da Vinci, ma che è stato per Andrulakis ragione di grattacapi.
Ma Andrulakis è cretese, e testardo come tutti i cretesi. Per cui, al romanzo successivo, invece di aggiustare il tiro, ha rincarato la dose. Sfornando questa Donna dell’ottavo giorno che l’editore Crocetti traduce ora in italiano (pagg. 324, euro 14,50). Un libro altrettanto osceno, che va a scavare in un periodo decisivo e convulso della storia del cristianesimo, a cavallo tra il III e il IV secolo. Proiettandoci in un’avventura che è una sorta di discesa agli inferi: gli inferi del sesso e quelli delle eresie. Protagonista un tale Demetrio Androgeo, cretese anche lui e trasparente controfigura dell’autore, che vive ad Alessandria d’Egitto, città caotica e rissosa, ricettacolo di tutte le razze e di tutte le religioni, dove da sempre tutti litigano con tutti, i greci infieriscono sugli ebrei, i romani su tutti quanti, e gli indigeni egiziani si abbandonano a tumulti assai simili a quelli che oggi affliggono le banlieues parigine.
Ma Alessandria fu anche la culla di tutte le eresie, in primis quella ariana, fondata appunto da quell’Ario che fu poi trovato morto, misteriosamente, in un vicolo della città nell’anno 336. Fu il luogo in cui il rapporto tra cristianesimo e paganesimo era complesso e sfuggente, e andava dallo scontro frontale alle complicità sotterranee: si pensi solo a una figura come il neoplatonico Sinesio, amoroso discepolo della filosofa alessandrina Ipazia, martire del paganesimo, linciata da una folla di cristiani, eppure lui stesso alla fine convertito al cristianesimo e creato vescovo. E, last but not least, Alessandria fu anche la città più peccaminosa del mondo antico: la metropoli del piacere, la capitale del sesso, con le sue celebri prostitute che si accalcavano lungo il Canopo, un canale del Nilo, tra le osterie in cui si mesceva la birra, bevanda nazionale egiziana.
Ebbene, prendete questo crogiuolo di religione e sesso, di trasgressioni spirituali e depravazioni morali, mischiate Cristo e Iside, i Padri della Chiesa e gli eresiarchi, e avrete il romanzo di Andrulakis. Autore sicuramente ossessionato dal sesso o forse, semplicemente, più sincero di altri nel denunciare la centralità di questa ossessione.
Il suo eroe, Demetrio, passa da un rito orgiastico all’altro, attraverso cerimonie in cui immancabilmente c’è una sacerdotessa femmina che officia il rito: «Sono colei che benedicono e colei che concupiscono, sono la santa e sono la stomaturga, sono l’inaccessibile e la chiavabile...», e via dicendo: tra parentesi, «stomaturga», per chi non conoscesse il greco, è «colei che opera con la bocca». Il motto di Demetrio è «Coito ergo sum». Ma, tra un’ammucchiata e un corteggiamento, l’eroe del romanzo riesce a esibirsi anche come retore, come filosofo e come assistente del prefetto d’Egitto, il romano Lucio Vero, rampollo della stirpe imperiale di Marco Aurelio.
Viene da pensare, a volte, a quell’irriverente piccolo gioiello che è In diretta dal Golgota di Gore Vidal. Lì una troupe televisiva arrivava dal futuro, incrociava vescovi della tarda antichità, e si spingeva fino alla Palestina del I secolo, per filmare la crocifissione di Gesù. Anche qui infatti si trapassa dal IV al XXI secolo, da Alessandria a New York, dal Faro alle Twin Towers, quando nella parte finale Mimis Andrulakis si riconosce in Demetrio Androgeos. E si domanda se esista da sempre o se forse non sia mai esistito e la sua vita sia stata solo un lungo sogno, anzi «una cucitura di sogni femminili». Ma il vero e dichiarato modello del romanzo è L’ultima tentazione di Cristo, altro libro-scandalo di un altro scrittore greco, anzi cretese, Nikos Kazantzakis, che sfruttò anche lui narrativamente il motivo degli amori tra Gesù e Maria Maddalena.
Come Kazantzakis, Andrulakis è animato da un vitalismo e da un ribellismo che in parte rimontano a Nietzsche, o a D’Annunzio, ma in altra parte sono tipico prodotto di un certo spirito greco, incomprensibile ai forestieri e poco traducibile. Uno spirito comunque avvincente per quell’aria di libertà e di avventura che ti fa respirare e che ci rende il buon Andrulakis, pur nella sua retorica naïveté, sicuramente più simpatico dello snobissimo Salman Rushdie.