Il teologo da bestseller

Le parole danzano suggestive e disegnano armonie inedite. Il lettore segue quel movimento e s’inerpica per sentieri che mai avrebbe osato percorrere: l’anima, il purgatorio, il peccato originale, la resurrezione dei corpi. Con continue ed emozionanti deviazioni in tutte le direzioni, dalla fisica alla filosofia. Il libro rivelazione di Vito Mancuso ricorda i girotondi di Matisse: li abbiamo sempre visti, da bambini ci siamo presi tutti per mano, però su quelle tele paiono abitati da una luce nuova. Esprimono tonalità sconosciute, ci incantano.
È così anche per L’anima e il suo destino? Oppure il saggio del teologo scioglie solo le nostre inquietudini di uomini postmoderni dentro una soffice crema millegusti? Per ora, tocca registrare il fenomeno, anzi il boom. E che boom: in pochi mesi Vito Mancuso, classe 1962, di professione teologo, è diventato un personaggio, una star del sistema mediatico e il suo saggio svetta nei primi posti delle classifiche di vendita. Alla Raffaello Cortina si fregano le mani e annunciano emozionati che il bestseller è arrivato a quota centomila copie. Un’enormità. Dieci, quindici, venti volte più di quanto i critici più ottimisti osassero sperare.
In Italia, Paese così cattolico e insieme così poco cristiano, non era mai accaduto che un teologo - tolti i papi che però non fanno scuola - e un testo teologico scalassero l’Olimpo di Tuttolibri, barometro del sistema librario tricolore, entrassero nel salotto di Gad Lerner - con ascolti strepitosi per i parametri dell’Infedele - dilagassero sulle pagine battezzate al fonte della laicità diffidente del Corriere della sera.
Insomma, il Mancuso che abbatte muri e predica l’unità di spirito e materia, secondo lui manifestazioni diverse della stessa energia, e di scienza e fede, un pregiudizio l’ha già mandato in pezzi: che i pamphlet di cose sacre siano scritti da preti e riguardino solo i preti e le loro meditazioni, nella penombra del confessionale, o, sempre a essere benevoli, il pubblico timorato degli oratori. Distinzioni, anzi una faglia che attraversa la storia d’Italia con i laici contro i cattolici, che ora si ricompongono. «Il mio mestiere - spiega lui sparigliando ancora di più il gioco - è quello di pensare Dio». Pensare Dio, ma come si fa? «È quel che ho sempre fatto - replica serafico - sin dai tempi in cui frequentavo il liceo a Desio che poi nella storia dell’Italia cattolica ha il suo peso, perché qui sono nati Pio XI e don Giussani. Io penso Dio e di conseguenza mi occupo di argomenti che neanche in chiesa vengono più trattati: chi parla più dell’inferno, della risurrezione dei morti e di tutto il resto? Diciamo che il mio libro colma un vuoto». Un abisso profondo decenni, i decenni della scristianizzazione in un Paese targato Dc.
L’autore ha avuto la sventurata idea di inserire all’inizio dell’opera il proprio indirizzo di posta elettronica - vitomancuso@alice.it - «nel caso qualcuno volesse espormi il suo parere». L’alluvione è cominciata subito e non è più finita: «Mi scrivono tutti i giorni, decine, centinaia di lettori, laici e sacerdoti. Molti mi dicono che è la prima volta che leggono un libro su questi temi, altri mi espongono le loro teorie, altri ancora mi comunicano stupiti di aver riscoperto il sacro». È un fiume in piena, sotterraneo, che forse ha trovato un punto di riferimento che prima non aveva e forse non sapeva nemmeno dove cercare. Un fiume che magari riempiva e riempie i santuari, vive le emozioni, e a volte le superstizioni, della fede, si commuove davanti al Papa. Ma non era abilitato a pensare, a dialogare, a penetrare la razionalità della fede.
Mancuso ha aperto la sua palestra intellettuale a tutti. E ha fatto saltare un altro tabù: parlare del sacro in Università. Insegna teologia moderna e contemporanea alla facoltà di filosofia dell’ateneo Vita e salute del San Raffaele, quindi è sua una delle pochissime cattedre fuori dal perimetro delle università pontificie, tutte tonache, incenso e genuflessioni. E, altro punto su cui riflettere, al San Raffaele è arrivato su input di un pensatore laico come Massimo Cacciari che a sua volta ha fatto due più due: «Ha capito - spiega il professor Mancuso - che non si può fare filosofia senza affrontare il problema di Dio».
Lo stesso curriculum «strozzato» di Mancuso mostra tutta l’arretratezza del nostro sistema culturale: «Io stesso ho studiato in seminario. Poi, dopo alcuni anni sotto la guida del cardinal Carlo Maria Martini, ho capito serenamente che non avevo la vocazione del prete, ma quella del teologo. Ho continuato a studiare, ma sono rientrato nel mondo, mi sono sposato e oggi ho due figli». Così il prete mancato è diventato il primo teologo laico italiano. «Io - spiega - sono un pensatore laico: non cerco sempre e comunque di giustificare la dottrina cattolica che pure frequento e amo immensamente. Il mio azionista di riferimento non è la Chiesa ma il mondo e la sua esperienza». Anche se il cardinal Martini firma una lettera affettuosa in testa a L’anima e il suo destino.
Eccola la chiave di violino del successo: pensare Dio, tema che scoraggia o fa sbadigliare i più, e sfidare con le proprie forze e uno stile narrativo brillante, quasi anglosassone per la scorrevolezza, due millenni di storia, di tradizione, di pregiudizi da una parte e, perché no, di prediche noiosissime dall’altra. Mancuso sale sulla macchina del tempo fino al Big Bang, 13,7 miliardi di anni fa, e spalanca gli occhi sul puntino cosmico primordiale. Da lì parte la vita che evolve verso forme sempre più complesse ma, eresia per i laicisti imbevuti di darwinismo, ordinate, positive, amiche dell’uomo. È l’energia, quella dell’equazione di Einstein, la chiave di tutto; l’energia dà forma ai corpi, ma un surplus resta inafferrabile. Dio è tutto surplus, l’uomo è quasi tutto materia, ma anche in lui l’energia gioca a diventare spirito. Quel surplus è l’anima. La materia e lo spirito sono manifestazioni della stessa forza. La scienza e la teologia si ricongiungono fatalmente dopo secoli di assalti all’arma bianca.
In questa corsa vertiginosa, Mancuso fa saltare come tappi di champagne anche alcuni dogmi: dall’esistenza dell’inferno e del diavolo fino al peccato originale. Pilastri tagliati alla base con argomentazioni che gli studiosi ortodossi respingono con parole di fuoco. Per padre Corrado Marucci, che ha firmato la stroncatura del libro sulla prestigiosa rivista La Civiltà Cattolica, «non si capisce se Mancuso ritenga che Dio annichilisca i peccatori impenitenti, oppure assicuri la salvezza anche a loro. Ma nessuna delle due soluzioni è compatibile con la dottrina della Chiesa». E per il vescovo di Chieti, Bruno Forte, maestro di Mancuso, «il punto più debole del testo è proprio la mancanza di senso tragico, l’ottimismo ingenuo per cui il peccato originale viene considerato inconsistente. Al contrario un genio come Immanuel Kant sosteneva che proprio la presenza del male radicale è ciò che segna l’esistenza umana».
Bocciature pesanti, quelle dell’Osservatore romano e di La Civiltà Cattolica, che si sono però rivelate linfa preziosa per scalare le classifiche e per trasformare fra squilli di tromba Mancuso in un columnist, sulle pagine sempre meno atee e sempre più devote del Foglio di Giuliano Ferrara.
Difficile maneggiare, in assenza di termini di riferimento, il caso Mancuso. La prospettiva è inedita come può esserlo una fede ragionata in un Paese presepioso e cerimonioso. Lui è un eretico per i cattolici doc, una porta verso il cielo per molti laici cresciuti a pane e dubbio, nel culto di Giordano Bruno e Galileo Galilei, e con la convinzione che la fede riguardi solo qualche anima pia. Ma è anche, come un prisma dalle molte facce, lo studioso dalla parlantina facile capace di sbaragliare legioni di miscredenti, l’anti-Odifreddi per le tv e le radio che ora se lo contendono più delle spoglie di Padre Pio. E scorgono in lui il campione di una religione che non è più confinata in sacrestia. E non finisce con le candele, i ceri e le lacrime della Madonna.