La Terra di Mezzo, regno di Dio e della libertà

Il sogno di un cattolico conservatore e un elogio di ciò che oggi l'Occidente ha rinnegato

Prima di assistere all'appassionato discorso in difesa dell'Ovest tenuto da Aragorn davanti al Cancello Nero di Mordor nell'adattamento cinematografico del 2003 de Il ritorno del Re, in pochi si erano accorti che la Terra di Mezzo fosse qualcosa di più che un piacevole mondo fantastico creato da un professore inglese un po' tarchiato con una passione per il tabacco da pipa. Si era sull'onda emotiva dell'11 settembre e il discorso di Aragorn trovò risonanza in molti cuori. Un buon numero di persone dedusse, allora, che l'autore di quella storia epica dovesse senz'altro essere un fervido difensore della civiltà occidentale. Altri, invece, continuarono a sostenere che il docente di Oxford avesse in mente solo l'occidente della sua immaginaria Terra di Mezzo, e non la sordida e inquinata civiltà occidentale dei nostri giorni. In entrambi i punti di vista c'è del vero; colpisce, comunque, quanto poco sia stato scritto sulla dimensione politica ed economica della Terra di Mezzo. Il mondo fantastico di Tolkien sovrabbonda di macchinazioni politiche, e il suo creatore aveva opinioni inconsuete, forse persino sorprendenti, riguardo alla politica e all'economia. Ciò malgrado, ancora non esiste un libro di largo respiro sull'argomento. Ecco come Joseph Pearce, studioso di Tolkien, inquadra la situazione: «Se molto è stato scritto sul rilievo religioso de Il Signore degli Anelli, meno è stato pubblicato su quello politico, e quel poco che c'è spesso è erroneo nelle conclusioni e all'oscuro delle finalità che Tolkien si prefiggeva. Le eccezioni che ci sono ahimè non fanno che confermare la regola. Ci sarebbe bisogno di uno sforzo ben maggiore in questo campo, anche perché Tolkien in persona aveva affermato, almeno implicitamente, che il rilievo politico dell'opera era secondo, per importanza, solo a quello religioso».

Approfondire tali questioni ci aiuterà a comprendere e apprezzare maggiormente la narrativa di Tolkien. Crediamo che valga la pena di farlo, anche perché il professore di Oxford ha molta saggezza da offrire su queste materie saggezza che i popoli liberi dell'Ovest colpevolmente trascurano a loro rischio e pericolo.

L'espressione «ci troviamo dinanzi a un bivio» ricorre fin troppo spesso nelle cronache politiche. In verità, la nostra cultura ha superato da un pezzo tale bivio decisivo, ed è sulla buona strada per stringere un patto diabolico con Saruman e la sua banda di «raccoglitori» e «spartitori». Se avete visto i tre film tratti dal Il Signore degli Anelli, ma non avete avuto occasione di leggere il romanzo fino alla fine, non vi siete ancora imbattuti in questi figuri. Il loro spirito e il loro potere nell'odierno Occidente sono vivi e bene in salute e, proprio per questo, non s'intravedono strade facili per tornare a una società di uomini liberi e responsabili. Rendendocelo allettante con le sue storie, Tolkien ci invita a salire il sentiero roccioso delle scelte difficili, l'unica via rimasta percorribile verso la libertà.

Chiunque legga Lo Hobbit o Il Signore degli Anelli intuisce che il loro autore non fu un ammiratore dei tiranni. Ciò di cui, invece, molti non si avvedono è che Tolkien fu per tutta la vita anche un nemico del Big Government dello statalismo, cioè, e del governo interventista in qualunque forma si manifestasse: dalle più drastiche quella del comunismo sovietico, quella del nazionalsocialismo tedesco o anche quella del fascismo italiano al modo in cui si è inverato nel socialismo democratico inglese e nei capitalismi ibridi di Stato di altre parti dell'Occidente, dove il governo centrale premia interessi di parte e si accorda con le grandi imprese per scalzare dal mercato quelle emergenti e innovative. Lo scrittore che una volta descrisse se stesso come uno Hobbit «in tutto tranne che nella statura» era, sia socialmente che politicamente, un conservatore anche per gli standard Hobbit, e il suo conservatorismo era strettamente legato a una visione dell'uomo e della creazione profondamente cristiana, anzi, specificamente cattolica.

Sebbene Tolkien avesse la mente sottile, cauta e meticolosa del bravo studioso, non c'era nulla di cervellotico nel suo atteggiamento verso il potere politico. Come ebbe a scrivere in una lettera al figlio Christopher, «le mie opinioni politiche inclinano sempre più verso l'anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe)». Il fastidio che provava per il potere politico accentrato si estendeva persino al lessico che avrebbe potuto inavvertitamente favorirlo: «Governo è un sostantivo astratto che indica l'arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. Se la gente avesse l'abitudine di riferirsi al Consiglio di re George, Winston e la sua banda, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia».Se a questo aggiungete che Tolkien fu un cattolico senza riserve nell'Inghilterra del secolo XX, avrete tutti gli elementi per completare il quadro di un intellettuale non allineato, né per i suoi tempi, né per i nostri. La classe intellettuale a lui contemporanea odiava Dio e adorava il Grande Fratello. Tolkien, al contrario, amava Dio e detestava il Grande Fratello. Diversamente dai molti «radicali» fai-da-te che marciano di pari passo con lo spirito del tempo, era lui il vero radicale, il perno rotondo nel foro quadrato della modernità. Jonathan Witt e Jay W. Richards