"Il terremoto ha distrutto la gioia di aver fatto rinascere la chiesa di Amatrice"

L'esperto Alessandro Zanini: "La nostra sfida è riportare i capolavori alla loro bellezza originaria eliminando gli interventi dannosi"

Spalato con il palazzo di Diocleziano, Pompei, Ercolano, i Sassi di Matera, la porta del Santo Sepolcro a Gerusalemme ed il tempio di Venere a Baalbek, in Libano. Ce n'è per un intero catalogo di sogni di ogni archeologo ed invece ad Alessandro Zanini è capitato davvero di potersi occupare di questi siti e degli altri tesori Unesco dell'antichità. Lui, archeologo, paleontologo non immaginava che sarebbe successo quando, durante l'università, si struggeva sui sacri testi di Heinrich Schliemann o Peter Reynolds e, con scovolino, pennello e pazienza, ripuliva cocci e catalogava frammenti. Oggi è presidente di Assorestauro e responsabile di «Light for arts», la divisione del gruppo toscano El.En, fra i leader dei sistemi laser anche in campo artistico.

Il futuro del restauro parlerà solo la lingua del laser?

«Naturalmente no. Le prime applicazioni utilizzarono laser industriali. Oggi abbiamo fatto enormi passi avanti, con strumenti ad hoc, delicatissimi. Ma dalla tradizione non si prescinde».

Il laser è più rapido e più economico?

«Né l'uno né l'altro».

Quindi il vantaggio è che funziona meglio?

«Per la pulitura di un'opera, che è oggi il maggior campo d'azione, il laser risolve il problema e non lascia traccia. Le alternative chimiche, invece, indeboliscono la materia dell'oggetto, mentre spesso i processi meccanici come la sabbiatura, irrimediabilmente, abradono».

All'estero è una tecnica più consolidata che da noi?

«Direi solo che è più semplice e che ci sono meno sacche di resistenza all'applicazione di queste tecnologie».

Qual è la sfida futura per il laser nell'arte?

«Duplice: da una parte lavoriamo sulla sua applicazione all'arte moderna. Polimaterica, spesso realizzata per non durare, con materiali e colle difficile da trattare. La seconda sfida è quella di utilizzare il laser non solo per la pulitura, ma anche per la sverniciatura. Questa seconda applicazione è forse la sfida: permetterà di riportare, in via teorica, opere al loro stadio originario, eliminando interventi e restauri dannosi, incauti, malfatti. Per esempio in un affresco serve studiare sempre più a fondo come i pigmenti di colore reagiscono, insieme alla componente muraria, alla luce».

L'intervento di cui va più fiero?

«La scoperta, lo scorso anno, di alcuni disegni, date e schizzi settecenteschi nella fascia bassa della decorazione della sala Caracci di palazzo Farnese a Roma: collaborammo anche noi a quell'immenso progetto di recupero».

Quello che l'ha commossa?

«La Roma sotterranea: oltre alle catacombe, siamo stati incaricati di un progetto esplorativo nella Domus aurea: abbiamo pulito alcuni centimetri. Ho pensato: Si può fare, ma i soldi erano già finiti. E tutto se ne resta lì sotto, invisibile».

Il più doloroso?

«Un anno e mezzo fa con Donatella Pitzalis abbiamo terminato la pulitura del portale di San Francesco ad Amatrice Contro il terremoto, la tecnologia può davvero poco».