Il terribile piccoletto più duro dell’acciaio

Studiò da prete e scrisse alcuni versi mediocri Poi scoprì la sua vera vocazione: gestire il potere fregandosene di tutti. Ma venne infine ricambiato...

Raggiungeva a stento il metro e 60 e soffriva così tanto della scarsa altezza da portare i tacchi. «Può darsi che il suo complesso sia il suo tratto più umano - disse prima di essere fucilato un suo ex amico - ma la sua reazione a questa “disgrazia” è diabolica: non può fare a meno di vendicarsi sugli altri, soprattutto su quelli più dotati di lui».
La natura e l’esistenza si erano accaniti sul Nostro. Nacque con occhi gialli come quelli di una tigre. Da bambino si prese una varicella che gli butterò il viso. Poco dopo ebbe un incidente che lo lasciò tra la vita e la morte. Travolto da un carro in campagna ne ebbe delle ferite infette che gli avvelenarono gravemente il sangue. Quando si riprese, dopo mesi, aveva il braccio sinistro più corto e atrofizzato. Ma da queste vicissitudini uscì forte come un torello. Scherzandoci su diceva di essere di acciaio.
Studiò da prete, ma non avendone la vocazione lasciò il seminario in anticipo. Non imparò mai bene la sua difficile lingua che, come il latino, era articolata in casi. Si ingegnava a occultare le lacune con degli espedienti. Uno di questi era pronunciare le terminazioni in modo indistinto essendo incerto su quella giusta. Ciò non gli impedì di cimentarsi nella poesia. I suoi biografi più benevoli gli attribuirono numerosi versi, alcuni belli. Ma non è escluso che glieli scrivessero servilmente poeti veri, lasciando che fosse poi lui a menarne vanto. Sta di fatto che la sola poesia certa di suo pugno è assai stupidina: «Le rose schiudono i petali/ E abbraccia anche la viola/ Anche il giglio s’è desto/ E denudano agli zefiri la fronte».
Dell’esperienza religiosa assimilò i caratteri tipici dei seminari di fine Ottocento: la ristrettezza mentale e la diffidenza del prossimo. Raggiunto un certo grado di potere, cominciò a convincersi che tutti complottassero contro di lui. Reagiva facendo uccidere chiunque gli facesse ombra. Una volta incaricò il sicario Y di assassinare mister K che era protetto da W, la sua guardia del corpo. Profittando della distrazione di W, Y ammazzò K. Quando seppe che l’agguato era riuscito, il Nostro si finse sdegnato e prese in mano l’inchiesta. Per prima cosa visitò la salma e si chinò a baciarne le guance mostrandosi affranto. Poi, fece assassinare dalla polizia segreta la guardia del corpo distratta e condannare a morte il sicario da un tribunale. Y fu fucilato assieme alla moglie, l’ex moglie, la cognata e il fratello. Infine, fece accusare come mandanti del delitto voluto da lui due suoi ex amici che furono entrambi giustiziati. Così, con la scusa di liberarsi di un avversario, ne fece fuori nove.
Quando arrivarono gli acciacchi dell’età, si circondò di ciarlatani che gli promettevano l’eterna giovinezza. Si entusiasmò per una formula inventata da Olga L. Secondo costei si poteva ottenere un ringiovanimento con un clistere di bicarbonato. Fece clisteri a iosa e impose agli accademici veri di prendere per buona la patacca. Costoro, obbedienti e terrorizzati, ne avvalorarono l’efficacia con studi pseudo-scientifici. Questa prostituzione della scienza fu in quegli anni obbligata, pena la morte di chi si ribellava. Dai medici pretendeva rassicurazioni. Guai a dirgli che stava male. Quando il suo terapeuta osò consigliargli un lungo periodo di riposo, il Nostro pensò a una cospirazione per estrometterlo dal potere. Parlò allora di «complotto dei medici» e, insieme, di «manovra sionista» essendo ebrei la maggiore parte dei luminari.
Ne fece arrestare parecchi dagli sgherri cui aveva dato un ordine preciso: «Picchiate, picchiate e picchiate ancora». Naturalmente, a furia di botte, quelli confessarono congiure inesistenti suscitando nel Paese un’ondata antisemita. Il Nostro ne profittò per fare impiccare i medici e progettare un trasferimento di tutti gli altri ebrei agli estremi confini dell’Impero. Non ebbe però il tempo di attuare il piano perché era arrivato alla fine dei suoi giorni e anche quelli gli furono abbreviati di comune accordo.
Una sera si sentì male ma, sbruffone com’era, non ci badò e si fece invece una sauna. Poi, andò a letto. A mezzanotte, si sentirono rumori nella sua stanza. La scorta però non osò entrare. Il pomeriggio successivo ancora non usciva. Preso il coraggio, un commissario aprì l’uscio. Il Nostro era a terra ma vigile. «Come va?», gli fu chiesto. Rispose con un gorgoglio. Fu steso su un divano. Le guardie fecero un primo rapporto al ministro per la Sicurezza. Questi li mandò da quello dell’Interno che si recò dal malato alle tre di notte. Poi arrivarono altri ministri. I medici si affacciarono solo alle 9 del mattino, 16 ore dopo il ritrovamento e 31 ore dopo il malore. Una lentezza premeditata. I ministri pensavano da tempo di uccidere l’orco ma, non osando, si erano accordati per lasciarlo senza assistenza medica in caso di crisi. Ora lo guardavano compiaciuti mentre soffocava lentamente, salvo mostrare devozione se apriva gli occhi.
Finché, arrivata la fine, il Nostro lanciò su di loro uno sguardo di fuoco e sollevando minaccioso il braccio fece un gesto circolare di maledizione. Morì terrorizzando come aveva vissuto.
Chi era?