Terrorismo, la parola che cambia la guerra

Non conta tanto il numero delle vittime quanto l’effetto psicologico che queste azioni hanno su milioni di persone. Anche distanti dal teatro degli eventi

La miglior definizione di terrorismo si deve a Raymond Aron: «È detta terroristica un’azione violenta i cui effetti psicologici sono sproporzionati ai suoi risultati puramente fisici»; ciò equivale a dire che il terrorismo non si pone delle finalità semplicemente distruttive in funzione dell’obiettivo di far venir meno talune risorse a disposizione della controparte, come è nel caso della guerra e delle opzioni tattiche e strategiche che ne guidano le iniziative, ma mira a produrre degli effetti mediati dall’impatto psicologico e comunicazionale su di una comunità di riferimento, che può essere anche il mondo intero.
Si prenda l’11 settembre: sulla cassa di risonanza offerta dalle televisioni già si è detto molto, vale a dire sulla fatale funzionalità del sistema dei media occidentali in relazione ai programmi di Al Qaida, ma forse non è stato abbastanza esplicitato il contenuto del messaggio che i terroristi hanno affidato alla loro azione. L’11 settembre è stato un capolavoro politico non solo, e forse non tanto, per la sua spettacolarità, ma perché ha rappresentato un attentato al senso di superiorità occidentale; come raramente è avvenuto nella storia contemporanea uomini di un’altra cultura e di un’altra civiltà, e proprio in quanto tali secondo un preciso progetto politico, hanno realizzato un’azione dimostrativa che ha saputo essere assolutamente eccellente sul terreno che è peculiare alla cultura occidentale, quello della razionalità applicata e strumentale, dell’efficienza e dell’efficacia, della padronanza della tecnica e della tecnologia, del «saper fare» nel senso più generale dell’espressione.
Ci si rende conto, quindi, come il terrorismo, comunque lo si definisca, si muova in una dimensione simbolica e rappresenti forse un salto di qualità di ordine epocale; in altre parole, il terrorismo potrebbe essere la forma specifica di violenza politica propria della società dell’informazione e della comunicazione e dell’era della globalizzazione, così come la guerra è stata protagonista della politica internazionale nell’età moderna. Il maggior studioso in Italia del fenomeno terroristico, Luigi Bonanate, arriva a scrivere che è possibile individuare in esso «l’artefice di una discontinuità nella storia dell’umanità, come dire un qualche cosa che è importante come l’apparizione dello Stato moderno, come la rivoluzione inglese, o come quelle successive americana e francese: un qualche cosa che cambia l’inerzia dello sviluppo storico della società sul pianeta». Ed in termini ancora più espliciti: «Posto che le guerre, specie le “grandi” guerre, siano il più evidente strumento di trasformazione storica che si possa dare \ il terrorismo sarebbe dunque la nuova forma della guerra/mutamento storico».
Queste parole si incontrano nel suo ultimo volume, uscito da Aragno, sotto il titolo di Il terrorismo come prospettiva simbolica (pagg. 119, euro 10). Con metodo suggestivo ed originale, il volume si serve degli studi estetici di Erwin Panofsky, ed il particolare del suo saggio La prospettiva come forma simbolica uscito nel 1927. I capitoli si sviluppano lungo un canovaccio del tutto inusuale, che moltiplica i punti di vista e descrive, analizza ed interpreta il terrorismo sotto il profilo iconografico.
Naturalmente «Il terrorismo è la guerra di chi non può fare la guerra», ma questo ancora ci dice poco, perché la stessa caratteristica è condivisa dalla guerriglia e dalla lotta partigiana. È difficile studiarlo perché su di esso non si pronunciano giudizi di fatto, ma solo giudizi di valore; il «terrorista» è sempre l’altro, il nemico al quale non riconosciamo dignità e lealtà. Nondimeno, un primo passo per una conoscenza positiva del fenomeno è proprio quello di saper distinguere, nella loro essenza, la guerra, la guerriglia e il terrorismo, e non certo per gusto accademico, ma, per esempio, per capire cosa stia accadendo in Irak.
Partiamo dalla guerra: scriveva Clausewitz, «La guerra non è che un duello sua vasta scala. \ La guerra è dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà. La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze per misurarsi contro la forza». Parole di straordinaria modernità, che però hanno il limite di ascrivere l’uso della violenza politica esclusivamente allo Stato, inteso come centro di gravità etico-morale. Infatti già la guerriglia partigiana è portata avanti da unità irregolari, non inquadrate in un esercito statale, che sono tatticamente mobili ed hanno carattere «tellurico», sono cioè vincolate ad una realtà locale. La guerriglia ha natura difensiva e normalmente combatte contro un esercito regolare per impedire il passaggio di sovranità sul territorio da questo conquistato. Infine, per quanto riguarda il terrorismo in rapporto alla forma più tradizionale di violenza politica, Bonanate scrive che «... la guerra è il terrorismo di chi non può (non deve) trasformarsi in terrorista (cioè lo Stato), oppure, ancora, \ la guerra è un terrorismo continuo, mentre il terrorismo è una guerra discontinua».
Si capisce allora quanto sia sterile il dibattito, tutto ideologico, sulla natura di quanto stia avvenendo, o sia avvenuto, in Irak: c’è stata una guerra della «coalizione dei volenterosi» contro lo Stato baathista; c’è la guerriglia portata avanti dalle schegge di quell’apparato statale un tempo guidato da Saddam Hussein; c’è il terrorismo di cui sono artefici gli emissari locali di Al Qaida. Qual è il denominatore comune di tutto ciò? Il fatto che si sia del tutto persa, da decenni ormai e con crescente drammaticità, la distinzione classica fra militari e civili su cui si fondava il tentativo occidentale di fare anche della guerra una fattispecie della civiltà giuridica; si allude al principio iscritto nel diritto di guerra in base al quale è moralmente accettabile che chi veste una divisa possa perire, ma non così il cittadino comune, il quale deve essere tenuto immune dalle operazioni militari. È di tutta evidenza come tale presupposto sia andato perso già con le due guerre mondiali del XX secolo, e con il concetto di «guerra totale» che queste hanno imposto; sotto un certo profilo il terrorismo non è altro che il perfezionamento di questa tendenza, che dapprima non ha escluso che potesse essere colpita anche la popolazione civile e che ora, tristemente, la elegge ad unico bersaglio umano del vortice di morte che sempre accompagna la violenza politica. Come non si stancava di ripetere Carl Schmitt, è davvero finita la stagione dello ius publicum europaeum, di cui la guerre en forme rappresentava forse l’espressione più alta.
davideg.bianchi@libero.it