«Un terrorista in cambio dell’archeologa tedesca»

Mentre in Irak viene liberato l’ostaggio, Berlino scarcera il libanese che dirottò nel 1985 il volo Twa Roma-Atene. Era stato condannato all’ergastolo

Salvo Mazzolini

da Berlino

C’è un sospetto inquietante nelle trattative segrete che hanno portato alla liberazione di Susanne Osthoff, l’archeologa tedesca presa in ostaggio a fine novembre in Irak e rilasciata dopo appena tre settimane di prigionia. Anche se non c’è nessuna conferma, si dà per scontato che Berlino abbia pagato per il rilascio, secondo una prassi praticata segretamente da tutti i governi in casi del genere. Ma il sospetto che inquieta e che rischia di provocare nuovi momenti di tensione tra Berlino e Washington è un altro. In cambio della liberazione, la Germania avrebbe rilasciato un terrorista libanese da tempo detenuto nelle carceri tedesche, protagonista di uno dei più brutali episodi di pirateria aerea. Sospetto avanzato da vari organi d’informazione tedeschi. Si tratta di Mohammed Ali Hammadi appartenente al gruppo estremista filoiraniano degli Hezbollah.
Nell’85 Hammadi, con altri due terroristi, dirottò un aereo della Twa in volo da Atene a Roma con a bordo 153 passeggeri. Obbligò l’equipaggio ad atterrare a Beirut e durante la sosta nella capitale libanese Hammadi, capo del commando, uccise a calci e a botte sul cranio uno dei passeggeri scelto perché oltre a essere americano era anche ufficiale della marina, Robert Dean Stethem, appartenente al corpo dei sommozzatori. La sua salma fu poi buttata fuori dall’aereo.
In un’immagine terrificante si vide Hammadi mentre apre lo sportello dell’aereo e sferra un ennesimo calcio per espellere i resti del povero Stethem dal velivolo, che poi ripartì per Algeri dove in seguito alla mediazione delle autorità algerine la vicenda si concluse con il rilascio degli ostaggi e la fuga dei tre terroristi in qualche Paese arabo. Di questo disgustoso personaggio non si seppe più nulla fino all’87, quando all’aereoporto di Francoforte la polizia arrestò un passeggero in arrivo dal Medio Oriente nella cui valigia fu trovato un liquido esplosivo. Era Hammadi che viaggiava sotto falso nome. Processato fu condannato all’ergastolo.
Gli americani ne chiesero l’estradizione, che non fu concessa perché la legge tedesca vieta l’estradizione in Paesi dove c’è la pena di morte. Hammadi, fratello di uno dei capi di Hezbollah, si rivelò subito un prigioniero scomodo. Tra l’87 e l’89 ben quattro tedeschi furono rapiti in Libano per ottenere il rilascio di Hammadi. Ma il governo tedesco non ha mai ceduto. O meglio non ha ceduto fino a venerdì scorso quando Hammadi, quasi segretamente, è stato liberato ed è subito ripartito per il Libano: due giorni prima del rilascio della Osthoff.
Le autorità tedesche negano ogni legame tra i due casi. E sostengono che la scarcerazione di Hammadi è legale poiché la legge consente, dopo 18 anni di detenzione, di accorciare la pena. Ma alcuni interrogativi autorizzano il sospetto di uno scambio tra ostaggio e detenuto. Come spiegare la quasi simultaneità tra scarcerazione e rilascio? Come spiegare l’improvvisa clemenza della giustizia tedesca? Come spiegare che il governo tedesco, impegnato a ricucire i rapporti con Washington, abbia ignorato l’irritazione degli americani che in mancanza dell’estradizione avrebbero certamente preferito che Hammadi finisse i suoi giorni dietro le sbarre.