La tetra Villa Manzoni, anticamera dell’inferno

Dopo Villa Stuart, ecco Villa Manzoni. Il nostro tour fra i luoghi «maledetti» di Roma giunge oggi sulla Cassia. Qui, un secolo fa, all’altezza di Tomba di Nerone, il conte Gaetano Manzoni, nessuna parentela con l’autore dei Promessi Sposi, si imbatté per caso in alcuni ruderi romani. Erano i resti della sontuosa villa che l’imperatore Lucio Vero (161-169 d.C.), fratello di Marco Aurelio, aveva fatto edificare al V miglio dell’antica via Clodia, all’ottavo chilometro dell’attuale Cassia, sopra la collina che domina il fosso dell’Acqua Traversa. La villa, edificata a terrazze lungo i rilievi del monte come usava allora, era destinata alle mollezze e agli stravizi dell’imperatore. Se ne trova traccia nelle storiografie dell’epoca e in alcuni disegni del Cinquecento. Ma nel 1920, quando arrivò il conte Manzoni, era stata completamente saccheggiata e ormai dimenticata da tutti.
Il progetto di realizzare una nuova villa sui reperti di duemila anni prima fu affidato a due artisti folli e amanti dell’occulto: l’architetto Armando Brasini e il pittore e decoratore Lionello Grazi. Il complesso che ne venne fuori era composto da tre fabbricati - la villa principale, il villino del giardiniere e le stalle - e un grande parco di 90 ettari, con pini, lecci, cipressi. Il parco, però, era buio e cupo. Sembrava l’anticamera dell’inferno. Nella zona si sparse subito la voce che la villa fosse infestata da creature demoniache. Le pareti di alcune stanze, raccontava chi aveva il coraggio di entrare, erano dipinte con colori violenti, coperte da simboli arcani, scritte rosse che invocavano Lucifero. Pentacoli graffiati sul parquet.
L’antica villa di Lucio Vero, per di più, era stata edificata su resti ancora più lontani nel tempo. Sotto, si sapeva, c’erano le tombe di una necropoli etrusco-romana e ancora più sotto un cunicolo inesplorato che, si diceva, arrivava fino alla città di Vejo. La gente mormorava che dentro si aggiravano gli spiriti di tremila anni prima. Tutti parlavano di riti satanici, di ombre, di urla che venivano dal parco. Il quartiere era terrorizzato.
Non è vero, ma ci credo. Dopo la seconda guerra mondiale, gli eredi smisero di abitarci e trasformarono il complesso in ristorante, poi nel 1953 vendettero tutto all’Inpdai e se la dettero a gambe. Villa Manzoni cadde nel degrado e divenne rifugio di sbandati. Il luogo acquistò anche una nomea vagamente iettatoria. Un frate del vicino istituto Bona Crux scelse una trave della villa per andarsi a suicidare impiccandosi. Nel 1960 Totò ci girò un film, Noi duri. La troupe vi lavorò solo tre giorni. Quanto bastò per porre fine alla vita di Fred Buscaglione, il cantante protagonista, che interpretava anche la canzone omonima: pochi giorni dopo finì fuori strada con la macchina e morì sul colpo.
Nel 2003 Villa Manzoni, dopo anni di totale abbandono, fu acquistata da una multinazionale americana, la Carlyle Group, padre nobile George Bush senior. Ma durante i sopralluoghi, pare, avvennero strani fenomeni, mai resi noti, che scoraggiarono gli americani e li indussero a vendere. La fama sulfurea di Villa Manzoni all’epoca aveva varcato perfino i confini nazionali. Il sito www.creepynet.com, il più noto al mondo in fatto di ghost (fantasmi), la definiva la Casa del Diavolo. «Si avverte una specie di polarizzazione magnetica maledetta in quel posto», avvertiva anche il sito www.digitalvariants.org. Dal 2004 la villa, ingresso al civico 471 di via Cassia, è proprietà della Repubblica asiatica del Kazakhstan, che l’ha destinata per il futuro a sede dell’ambasciata. A meno che il diavolo non ci metta la coda. In fondo Villa Manzoni è casa sua.