Timido elogio della pesantezza e del «difficile»

La «leggerezza» non è sempre un pregio. E gli aggettivi non sono veleno, come insegnano le scuole di scrittura...

Il primo dei Pensées sur la comète che Pierre Bayle consegnò all’Illuminismo nel 1681 era alquanto contraddittorio con lo spirito dei tempi nuovi: «Io non so che cosa sia la meditazione sistematica e ordinata su un argomento, e mi capita di smarrirmi facilmente, di uscire spesso dal seminato, di inoltrarmi in luoghi dove è ben difficile scorgere una strada; insomma sembro fatto apposta per fare uscire dai gangheri un dottore che esige in ogni cosa metodo e regolarità». Tre secoli dopo, Giorgio Manganelli compilò una serie di ragioni per cui al poeta possa perdonarsi la mancanza di chiarezza. Secondo una di queste, «uno scrittore può essere oscuro perché è affascinato, è chiamato da una sorta di complessità che solo attraverso l’oscurità è conseguibile». Nell’elenco degli scrittori «oscuri», l’autore dell’Hilarotragoedia non mancò di inserire, ovviamente, Joyce. Secondo Nabokov, lo stile dell’Ulisse - o meglio gli stili -, la sua difficoltà, non devono spaventarci; leggere questo romanzo equivale a chinare il capo in modo da guardare indietro tra le ginocchia, con il viso capovolto: si vedrà il mondo in una luce totalmente diversa. È una contorsione grazie alla quale si riesce a vedere «un’erba più verde, un mondo più fresco». In Italia, comunque, la «prosa difficile» è guardata generalmente con sospetto: la razionalità esige chiarezza, mentre l’oscurità getta la narrazione tra le braccia di un mondo irrazionale. Tessendo le lodi della «leggerezza» nelle sue Lezioni americane, Calvino ha condannato per conto di alcune generazioni di critici e di scrittori il suo concetto opposto, quello della «pesantezza». Pochi sono stati gli scrittori oscuri, dalle nostre parti. Carlo Emilio Gadda lo fu, senza dubbio. E con esiti sensazionali. Vale la pena soffermarci su di lui, per capirne di più della differenza tra oscurità e leggerezza. Intuitivamente, crediamo di sapere che la leggerezza, in letteratura, si ottiene per sottrazione. In qualunque corso di scrittura una delle regole d’oro è quella per cui, nella revisione di uno scritto, bisogna asciugare il testo dagli aggettivi, ad esempio. Si giungerebbe, così, alla chiarezza, con la stessa tecnica utilizzata da uno scultore che lavora il marmo: la «prosa leggera» sarebbe dunque il residuo di un discorso più lungo, più incerto, più complesso. Ne Il castello di Udine, Gadda ci mostra che non è proprio così. A un certo punto, l’autore ci descrive dei colpi di cannone sulla roccia delle montagne con questa frase: «Lo spasimo di ogni rovina». In un suo scritto posteriore, Gadda chiarisce questo passaggio: «Non si tratta, nella mia intenzione, di animismo, cioè “la roccia soffre per la cannonata ricevuta”, sì di mera contrazione in genitivo d’un complemento d’agente: “lo spasimo prodotto in noi da ogni rovina”. Spasimo = tensione dell’animo provocata dall’aspettazione d’un verdetto di vita o di morte, a ogni colpo». Ecco che qui, togliendo, si complica. Ma per ottenere un simile effetto bisogna conoscere quelle «frigide regole», quelle «calcolate astuzie», quelle «macchinazioni argute» di cui Manganelli parlava in un suo Trattatello di retorica. E questi stessi strumenti si deve conoscere per compiere l’operazione opposta, e dunque nell’aggiungere. La regola secondo cui gli aggettivi sono veleno è, tutto sommato, una sciocchezza: bisognerebbe, invece, insegnare a inserirne, ma di validi e consistenti. Quando Gadda scrive, a proposito dei tonfi delle cannonate, che sono «quadrati e duri», semplifica - e non il contrario - un pensiero più articolato. Spiegherà in seguito: «Il tonfo delle cannonate nelle valli lontane è quadrato (talvolta), in quanto se ne sviluppa per eco o rimando una successione di suoni brevi e recisi, direi perentori, in confronto al rotolamento del tuono». Oggi, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano in Italia contengono periodi generalmente non più lunghi di un rigo: la leggerezza auspicata da Calvino s’è a tal punto rarefatta che interi paragrafi - interi capitoli - dei romanzi più alla moda svaniscono come bolle di sapone; la furia imitativa del linguaggio il più possibile realistico ha portato non di rado lo scrittore italiano a predisporre pagine che sembrano tanti sms nella memoria di un telefono cellulare. Ogni tanto, di fronte a certi libri, mi chiedo: dov’è andato a finire l’autore? Che fine hanno fatto i suoi pensieri? Censurati, in nome della razionalità. Ma non sarà mica che - come diceva appunto Manganelli - la «razionalità» è un mito difensivo?