Il «Timor sacro» di Pirandello jr, versione romanziere

Esce il romanzo del figlio del premio Nobel per la letteratura che per tutta la sua vita lavorò e sudò su queste pagine per raccontare il fenomeno di un'opera di narrativa raccontata nel corso del suo divenire

Sarah Zappulla Muscarà che di Pirandello è una delle maggiori esegete viventi ha definito «Timor sacro» (Bompiani, pp. 336, euro 14) di Stefano Pirandello «il romanzo di tutta una vita». E racchiude in poche brevi parole la verità più eloquente che si può esprimere sul conto di un libro che è una magmatica realtà di parole che descrivono il divenire di un'opera. In «Timor sacro» entrano infatti episodi di vita vissuta, personaggi con i quali l'autore fu o entrò in contatto, il rapporto col padre Luigi premio Nobel, i legami con la propria famiglia. Nondimeno e' al tempo stesso un romanzo che descrive se stesso. Nel senso che illustra il travaglio di una creazione, quella appunto di un romanzo nel suo farsi. Nel suo diventare vita. Nel suo essere storia.
E la storia infatti non è raccontabile, ne' è possibile descriverla se non per succinti capi. Perche' si tratta di un'esistenza che si specchia in una sua controfigura. Simone Gei, alter ego dell'autore, è uno scrittore impegnato nella stesura di un volume di esaltazione del fascismo, che si contrappone a Selikdar Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata contro la sua stirpe. In questo continuo gioco di rimandi e di alternanze procede la narrazione di due «vite a specchio» che si fermano, riprendono, decollano, dibattono con loro stesse e i mille personaggi che le attraversano.
«Timor sacro» è infatti ricchissimo di vagabondaggi affabulatori riguardanti episodi realmente accaduti che si fondono come un tutt'uno, talvolta, oltre che con balzi di fantasia ed esperienze psicologiche personali. Compare così il tema della pena di morte insieme alla figura del boia e alle leggi razziali che si accavallano con il forte legame Stefano-Luigi. Figlio-padre. Entrambi scrittori. Il primo soggiogato dall'imponente statura del secondo, premio Nobel per la letteratura. E da questa forma di soggezione Stefano si affranca scrivendo il proprio romanzo, questo «Timor sacro» che costituisce la sua parola da regalare ai posteri. Il libro infatti attraversa tutta la vita di Stefano e ora vede le stampe in pubblicazione postuma (morì il 5 febbraio 1972) perché l'autore non smise mai di lavorarci. Di ricorreggerlo. Di aggiungere episodi e modificarne altri. Oltre agli scritti per il teatro, di Stefano Pirandello ci è rimasto «Il muro di casa» con cui vinse il premio Viareggio nel 1935, ancora vivo papà, all'alba dei suoi quarant'anni.
Lettura d'impegno che costringe il lettore a uno sforzo continuo di concentrazione per non perdersi nei mille rivoli in cui il libro appare segmentato, nel tentativo di descrivere le ansie e le domande cui si sottopone uno scrittore al momento di creare, queste pagine danno vita e voce a personaggi che hanno fatto grande la letteratura italiana di questo secolo. Da Alvaro a Bontempelli. Da Malaparte a D'Annunzio. E personaggi storici come Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai. O uomini di cultura come Alberto Savinio e Silvio D'Amico. In un eterogeneo svolgersi di accadimenti.