TIZIANO Vent’anni di splendido commiato

Era alla resa finale, il vecchio Tiziano. E la sua pittura diventava scura e malinconica, con bagliori e lampi, sino ad allora mai visti. La creava con il solo colore, intriso di luce. La abbozzava con colpi violenti, pennelli sporchi, inzuppati in tinte diverse. La lasciava lì, contro il muro, per mesi, la riprendeva, la ritoccava, spianandola o ispessendola. L’abbandonava di nuovo, per dare con le dita gli ultimi tocchi, che l’avrebbero fatta «respirare» e diventare «carne viva». Lo racconta in una pagina magistrale lo scrittore d’arte seicentesco Marco Boschini, che l’aveva saputo da Palma il Giovane, collaboratore di Tiziano.
A guardare quegli Ecce Homo e Cristi portacroce, quelle Madonne misericordiose, quelle Veneri e quei Ritratti di donna, si comprende che Tiziano si vuole liberare da ogni orpello o preoccupazione di committenza per esprimersi con un’arte libera. Nei temi quasi sempre drammatici, nelle tinte dense e fosche, nei turbinii di luci inquietanti, il pittore svela la sensazione della fine, le paure, le angosce di fronte alla morte e al dilagare della peste, come quella che lo ucciderà, ormai centenario, il 27 agosto 1576. E di preoccupazioni Tiziano ne aveva: debiti col fisco, crediti da riscuotere, un figlio, Pomponio, che lo faceva dannare, la grande bottega da mandare avanti, la produzione e il monopolio delle stampe, il redditizio commercio dei legni. Perché Tiziano non era solo uno dei più grandi pittori d’Europa, attivo per Carlo V e per la Serenissima, ma anche un infaticabile imprenditore.
All’ultimo ventennio di attività dell’artista, nato a Pieve di Cadore tra il 1480 e il 1485, è dedicata l’importante e complessa mostra «Tiziano. L’ultimo atto» articolata tra il Palazzo Crepadona di Belluno e il Palazzo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore. Curata da Lionello Puppi, con un particolare allestimento dell’architetto Mario Botta, che tiene conto dei luoghi in cui Tiziano nasce, vive e torna, la rassegna indaga capillarmente il percorso del pittore dalla fine degli anni Cinquanta del Cinquecento alla morte, attraverso dipinti, disegni, stampe, libri, documenti, oggetti: oltre 140 reperti da tutti i musei del mondo. A cominciare, a ritroso, dai libri che ne registrano la morte, ai monumenti funerari progettati dai posteri, agli oggetti della bottega (contenitori per i colori, vetri e tessuti), alle lettere a Carlo V, dal carteggio con amici, come Pietro Aretino e Jacopo Sansovino, alla biblioteca. Sino ai dipinti, suoi e della cerchia di collaboratori: il figlio Orazio, il parente Marco, gli allievi Emanuel Amberger e Palma il Giovane.
Un’indagine particolare riguarda la bottega veneziana di Tiziano, quella in San Samuele e quella finale al Biri Grande, con la divisione di ruoli, dai collaboratori stretti agli occasionali. Bottega che vale come un marchio di fabbrica, in cui si distingue poco tra autografia del maestro e mano di collaboratori. Al centro, c’è lui, il carismatico Tiziano, che firma e avvalora e qualche volta fa personalmente.
Straordinari i dipinti esposti, una ventina di autografi di Tiziano, altri con collaboratori o di altri pittori. Tra quelli del maestro spicca il suggestivo Cristo portacroce dell’Ermitage di San Pietroburgo, databile tra il 1566 e il 1570, che rivela con quale spessore morale, umano e psicologico Tiziano interpretasse i temi di Controriforma: il profilo duro e sofferto del giovane Cristo, la sua mano delicata emergono nella luce dal cupo peso della croce. Altrettanto significativi il Cristo benedicente dello stesso museo e il San Giovanni Battista dell’Escorial. Un po’ precedente, del 1550, la Venere con cagnolino, un amorino e pernice rappresenta un sensuale nudo femminile, mentre il Ritratto di Paolo III Farnese, di metà anni Quaranta, sguardo torbido e contrasti luminosi, preannuncia gli sviluppi dell’ultimo periodo.
Ci sono poi vere e proprie «novità», come la bellissima Ultima Cena, della Fundación Casa de Alba di Madrid, che lascia per la prima volta la Spagna, grazie al prestito dell’ultima discendente dei duchi di Alba: un soggetto solo qualche volta trattato da Tiziano e, in questo caso, con qualche aiuto. Anche Venere e Adone, arrivata da Oxford, non si vedeva da oltre centocinquant’anni, mentre il Ritratto di donna con fanciulla, di una collezione privata inglese, prodigiosamente riemersa dieci anni fa sotto un dipinto con Tobia e l’angelo, suscita diverse congetture sull’identità delle due donne, forse figlie di Tiziano: la legittima Lavinia e la piccola illegittima Emilia, nata tra il 1543 e il 1548 da «una donna di casa». Ancora più intrigante il Ritratto di donna davanti a un paesaggio con arcobaleno, esposto per la prima volta, che rappresenta una massiccia e sconosciuta donna, elegante e ben pettinata, tra allori e rose: secondo un’ipotesi del curatore sarebbe Caterina Sandella, governante e amante dell’Aretino, madre delle sue due figlie.
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LA MOSTRA
«Tiziano. L’ultimo atto», Belluno, Palazzo Crepadona; Pieve di Cadore, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore (15 settembre - 6 gennaio). Orario: tutti i giorni 9-19, sabato e domenica 9-20. Info: 0492010023.