Tocca ai media raccontare la normalità che fa notizia

«I giovani hanno più bisogno di esempi che di critiche» amava sostenere Joseph Joubert un paio di secoli or sono. A giudicare dal dibattito in corso sui giornali e nella società mi sembra che l’aforisma del filosofo francese tenga ancora bene il campo. Troppi giudizi affrettati sull’inarrestabile decadenza della gioventù italiana sono emersi in questi giorni dal pozzo dell’emotività che solitamente condiziona il buon senso. Ciò che viene rappresentato in questi giorni è un quadro che trascura le migliori peculiarità della generazione di cui sono parte, scegliendo di mostrare esclusivamente quelle porzioni circoscritte e non rappresentative che trasmettono la sensazione dell’emergenza nazionale.
Non intendo partecipare al dibattito socio-politico sulle colpe dei padri, le conquiste del Sessantotto o sull’urgenza di disciplina e misure eccezionali, a scuola come negli stadi. So che certe volte mi verrebbe voglia di citare Shaw: «Tutto ciò che i giovani possono fare per i vecchi è scandalizzarli e tenerli aggiornati». Ma sono la prima a riconoscere che la nostra gioventù soffre di molti mali. Accade che la modernità ci sottoponga ad un attacco violento con armi nuove e dirompenti che minacciano la formazione delle coscienze nei giovani e nei giovanissimi, eppure capita anche che questa generazione reagisca (quasi sempre) con coraggio e serenità. Ed è questo aspetto che non trova adeguato spazio sui mass media. La maggioranza non fa notizia, mentre un solo videoclip che documenta un caso di bullismo si impone all'attenzione generale.
Io non so se siamo meglio o peggio delle generazioni passate, so che è vero: siamo sottoposti ad un bombardamento incessante di messaggi sbagliati, programmi sbagliati, esempi sbagliati. Ma è proprio nel modo di resistere a tutto questo che si rivelano le qualità straordinarie di questa generazione. Mi piacerebbe che qualcuno avesse la curiosità di entrare nelle nostre scuole fatiscenti per scoprire le tante piccole storie di solidarietà generazionale che non hanno alcun rilievo mediatico. Ragazzi e ragazze che si sostengono a vicenda alleviando le rispettive sofferenze generate dai disagi psicofisici, dai drammi familiari. Eppure questa parte certamente maggioritaria della gioventù italiana sembra quasi non esistere, non avere diritto di cittadinanza nell'informazione nazionale. Così come vorrei che qualcuno si accorgesse dell’eroismo di coloro che formano una famiglia a 25 anni pur dovendo vivere nell’era in cui si vorrebbe rendere «flessibile» anche la famiglia. Quante volte ho pensato al fatto che i nostri giornali fossero pieni di analisi e considerazioni sul voto per il rifinanziamento delle nostre missioni umanitarie, ma che non ci fosse neanche il più piccolo accenno a quali attività svolgessero, a quali risultati avessero ottenuto i nostri giovani militari impegnati in Irak, Afghanistan, Kosovo o Libano. E quanta superficialità ho dovuto notare nel definire adeguatamente il rapporto tra questa gioventù e la religione, la spiritualità. Eppure è grande e frequente la consapevolezza di voler legare la propria vita ad una dimensione verticale che dia un senso al nostro affannarci quotidiano.
Questa vorrei che fosse l’emergenza nazionale: raccontare la meravigliosa normalità dei giovani italiani. Se il mondo della comunicazione assumesse questo impegno permetterebbe l’instaurarsi di quel circolo virtuoso in cui l’emulazione del meglio soppianta le gesta della «peggio gioventù».
*Vicepresidente della Camera