Tocca al centrodestra dare ali al futuro del Paese

Prodi, è chiaro, è ormai alla fine della sua avventura, anche se non vuole ammetterlo e si comporta con arroganza, di cui ha dato ulteriore prova nel caso Visco-Speciale, che è davvero una gran vergogna per la politica italiana.
Il centrodestra, non c’è dubbio, ora è maggioranza. Quanto potrà resistere la maggioranza venuta dalle elezioni politiche del 2006? Soprattutto, quanto potranno sopportare l’albagia a volte insolente di Prodi i suoi stessi alleati? Alcuni mesi, magari, chissà, un anno o più, ma è certo che questo governo non riuscirà ad attraversare l’intera legislatura.
Fare previsioni è difficile, ma non c’è dubbio che l’attuale confusa situazione politica sta andando verso uno sbocco risolutore. Ad una soluzione può portare una ribellione degli alleati di Prodi, come già accadde nel ’98, o un evento sconvolgente esterno (per esempio, il referendum sul sistema elettorale). Comunque, con l’aria che tira oggi nel Paese, se si va a votare è da escludere che il centrosinistra torni a vincere.
Due richiami mi hanno colpito nei giorni scorsi: quello di Panebianco, columnist sempre onesto, che ci ha ricordato come tra i tanti che in questi anni si sono affacciati sulla nostra scena politica siano mancati personaggi come De Gaulle, che alla Francia seppe dare nuove istituzioni, e coma la Thatcher, che fece riscoprire agli inglesi l’utilità di un liberismo moderno; e il richiamo, sempre sul Corriere, di Piero Ostellino, liberale coerente, che al centrodestra e al suo leader ha lanciato l’invito, quasi una sfida, a far conoscere che cosa farebbe in concreto per affrontare la crisi che sta devastando l’Italia.
Più che giusto: se c’è un momento per aprire un dialogo franco col Paese, senza retorica e demagogia, è questo. Stiamo vivendo una crisi che rischia di ridurci al rango di Paese tra i meno moderni d’Europa.
Nei primi venticinque-trent’anni del secondo Novecento noi abbiamo avuto una immensa espansione economica e sociale, tanto da far parlare nel mondo di «miracolo italiano». Quel dinamismo non c’è più. All’estero l’Italia appare un Paese che si sta sfasciando. Il sistema-Italia è fermo, in taluni momenti vicino al collasso. Tutto, proprio tutto il sistema è statico, infiacchito, invecchiato: le strutture politiche, quelle economiche, quelle culturali. Istituzioni, scuola, infrastrutture sono tutte obsolete.
Sì, il sistema creato con grandi sforzi e sacrifici fino agli anni Sessanta-Settanta è in declino. Gran colpa è della politica, senza più idee e sprint, occupata com’è solo a inseguire profitti particolari, ma anche la società civile non può cavarsela col disprezzo verso la classe politica.
Senso di responsabilità manca in gran parte della società italiana. Che cosa spinge, per esempio, un illustre medico, l’oncologo Umberto Veronesi, a richiamare la classe dirigente al dovere di rilanciare l’opzione nucleare?
L’avvilimento, quasi la disperazione, al cospetto di una classe dirigente che non sa assumersi le proprie responsabilità. Quanti escono dal proprio soggettivismo e mettono in gioco, con un atto di coraggio, i propri interessi particolari? Veronesi per questo va ringraziato.
L’Europa è piena di reattori nucleari, solo la Francia ne ha 58, e noi siamo ridotti a dipendere per l’energia dagli arabi, dalla Russia, e importando elettricità a costi alti da tutta Europa. Le prospettive per noi sono disastrose.
Insomma, non abbiamo saputo fin qui tener dietro all’impetuoso sviluppo economico e sociale dell’era moderna. Siamo paurosamente indietro e c’è tanto da rifare. Come dice Panebianco, è vero, non abbiamo avuto né De Gaulle né la Thatcher, e però non si può dire che ci manchino intelligenze che possono ridare ali al nostro futuro.
Il problema (che è soprattutto della classe politica) è di saperle individuare, chiamarle a costituire una classe dirigente che sappia fare proposte innovative e prendere decisioni coraggiose. È di ciò che ha bisogno il Paese. Il centrodestra, se non vuol perdere anche quest’occasione storica, proprio a una questione simile deve porre la massima attenzione.