TOCQUEVILLE La scoperta della libertà

Durante il viaggio del 1831 negli Stati Uniti il giovane politologo scoprì una società confusa e violenta ma anche basata sul principio di responsabilità dell’uomo

Cielo e mare: i trentotto giorni di navigazione, che dovevano portare nel 1831 il giovane ventiseienne Alexis de Tocqueville dalle coste della Francia a quelle dell’America del Nord, sembrano dettargli, costante, un solo pensiero: «la solitudine in mezzo all’Oceano ha qualcosa di sublime e di vero», «la monotonia del mare aperto è più imponente che noiosa».
Queste parole ricorrono nella sua corrispondenza di viaggio: sembra quasi che quella «solitudine profonda», quel «silenzio completo» fossero riusciti, per un momento, a placare le sue inquietudini, a distendere quella tempesta di passioni, nelle quali si mescolava l’orgoglio che agitava il suo animo per aver tentato di uscire, con una scelta non entusiasta, da quel «circolo vizioso» in cui si era attardata la vita politica francese alla vigilia del 1830. Quella solitudine profonda, quel silenzio completo potevano allentare la tensione del suo animo e ridimensionare il suo problema, un problema che aveva vissuto come se fosse il solo al mondo. Il mare, il silenzio forse potevano ridimensionare i suoi problemi; forse potevano consentirgli di guardare più a fondo in se stesso, e di trovare così la propria coerenza in una nuova intuizione politica.
Si capisce bene come la libertà, per lui, fosse un istinto incomprimibile. Ma aveva orrore per le rivoluzioni violente. Nel 1830 la vocazione politica non aveva ancora posto salde radici nel suo animo. Certo: nel 1826-1827, con il diario di viaggio in Sicilia, aveva mostrato sorprendenti capacità sia nell’analizzare un sistema sociale, sia nel penetrare la psicologia delle classi dirigenti. Ed ora partiva con l’incarico di studiare il sistema penitenziario americano; ma questa era la scusa ufficiale. Quella partenza «ufficiale» assomigliava assai più a una fuga dalla famiglia, dagli amici, dal lavoro, dalla Francia, insomma dalla politica. Il viaggio americano, infatti, poteva anche venire incontro alla sua segreta passione per «l’agitata esistenza del viaggiatore», o al suo «antico gusto per la vita errante ed agitata».
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Scriveva Tocqueville: «Tutti gli Americani volevano farci percorrere le loro più belle strade e farci visitare i loro più vecchi insediamenti. Noi cerchiamo soltanto la wilderness (la vita selvaggia) e gli Indiani, ma non abbiamo il coraggio di confessarlo». Era andato in America avendo letto, come lui stesso confessa, le opere di Chateaubriand e di James Cooper, il popolare scrittore che aveva narrato le gesta dell’«ultimo» dei Moicani.
Durante il viaggio Tocqueville viene invece lentamente scoprendo un nuovo ed inaspettato modo di vita, proprio di una umanità sempre inquieta e insoddisfatta, «divorata dal desiderio di far fortuna», che ama l’instabilità e «vede nel cambiamento la condizione naturale dell’uomo». Queste osservazioni e questi spunti, presi durante il viaggio, verranno poi così sinteticamente riespressi nella Démocratie en Amérique. «In Europa, siamo abituati a considerare come un grande pericolo sociale l’inquietudine dello spirito, il desiderio smodato delle ricchezze, l’amore estremo per l’indipendenza. Sono precisamente queste le cose che garantiscono alle repubbliche americane un lungo e pacifico avvenire». Tocqueville veniva messo bruscamente a contatto con un’altra America, radicalmente diversa da quelle interpretazioni che, con toni a volte entusiastici ed altre elegiaci, si erano venute incrociando nella cultura europea dalla fine del Settecento. Gli indiani, cari ai Cooper e agli Chateaubriand, a coloro che mantenevano ancora vivo il cinquecentesco mito del buon selvaggio, diventavano solo una delle tre razze del Continente, inevitabilmente destinata all’estinzione.
Tocqueville vede già netto il predominio dello yankee, rozzo, aggressivo, «volgare», che giudica tutto avendo, come unico metro, il denaro: tutte cose che non potevano non irritare l’educato e sensibile Tocqueville. Dietro la prepotenza di quest’uomo c’era però una vitalità, un desiderio di migliorare le proprie sorti senza attendere la carità pubblica, un profondo istinto democratico nel volere che ogni individuo fosse giudice del proprio interesse e nel non riconoscere meriti se non a chi se li fosse personalmente guadagnati. Tocqueville veniva lentamente scoprendo come dietro a quella società, a prima vista confusa e disordinata, così carica di violenza, ci fosse una reale presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità, da parte dei singoli individui, del proprio destino, e quindi - al limite - una scelta di libertà. Scoprì, insomma, una società in prepotente sviluppo, in continuo movimento, con tutti i contrasti e i conflitti che da ciò derivano: una società basata sulla lotta che non consentiva la pace o l’evasione.
Tocqueville deve tutto - e cioè la soluzione del suo personale problema politico - a questa scoperta di un’America, che poeti e viaggiatori non avevano descritto.
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Come politologo egli rifiuta sia l’ottica illuministica, che quella romantica. A risvegliare l’istinto politico fu soprattutto la scoperta della radicale diversità fra gli Stati Uniti e la Francia: nella nazione che stava visitando - scrive durante il viaggio - si verificano gli «eccessi» opposti a quelli che si danno in Francia, dove il governo si interessa di tutto e penetra ovunque. Il governo in America era impotente e passivo; ma la democrazia era la «vita» contro «la regolarità e l’ordine metodico». Quella «vita» era rappresentata dallo spirito della frontiera, dallo spirito industriale e commerciale. In sintesi, i punti che colpirono Tocqueville durante il suo viaggio, sono: innanzi tutto l’alleanza fra lo spirito di religione e lo spirito di libertà, possibile proprio perché la religione è radicalmente separata dal potere temporale. In secondo luogo l’unione fra un’estrema democrazia - «essa è dappertutto, nelle strade come nel Congresso» - e l’enorme prestigio della magistratura: essa è «il primo potere dello Stato». Poi la struttura estremamente articolata dell’organizzazione politica.
Tocqueville veniva capovolgendo la tradizionale immagine della democrazia americana di origine illuministica. Secondo questo cliché la Repubblica statunitense era una perfetta democrazia di liberi contadini proprietari, che avevano limitato al massimo le funzioni del governo. Questa immagine oleografica della democrazia americana era resa possibile dal mito della società rurale intrinsecamente buona e sana, che veniva contrapposta ai costumi corrotti delle grandi città. Insomma, rispetto alle mitologie settecentesche, scopre non l’America deistica, virtuosa e filantropica, ma quella protestante delle sette; non la pacifica società agraria, ma l’operosa e dinamica realtà della vita mercantile e della frontiera; non l’America virtuosa, il popolo fortunato, ma la realtà dinamica degli interessi, degli egoismi, delle passioni che sono propri di una multiforme società.
Il conflitto fra queste due opposte disposizioni spirituali, quella verso l’evasione romantica e quella verso la scoperta di una nuova America, durò a lungo nell’animo di Tocqueville: ancora nel 1832-1833, dopo il suo ritorno in Francia, passa le giornate in «letargo», sempre inquieto e scontento di se stesso. Confessa agli amici il suo spleen e intanto fa progetti per una nuova evasione, e questa volta duratura: vuole andare, come colono, in Algeria, nelle terre recentemente conquistate dalla Francia. Ma alla fine del 1833, l’istinto politico prende improvvisamente il sopravvento. In America aveva trovato qualcosa di nuovo e di insospettato, che gli consentiva proprio di risolvere il «suo» problema politico e morale: al di fuori delle deformanti ideologie allora dominanti, aveva messo a fuoco il vero problema del suo - e del nostro - tempo: la democrazia nella libertà, o meglio, la libertà nelle future società democratiche.