Tombstone, alle 14.30 fuori le Colt si ripete la mitica sfida all’Ok Corral

Ogni giorno la città dell’Arizona celebrata dal cinema diventa il finto set del duello tra gli emuli di Wyatt Earp e dei Clanton

Roberta Pasero

da Tombstone (Arizona)

Scricchiola il legno del Big Nose Kates Saloon graffiato dagli speroni di Wyatt Earp. La sua stella di sceriffo federale luccica colpita dal sole dell’Ovest. Si accomoda la lunga giacca nera da uomo di legge, poi lentamente s’incammina lungo Allen Street. In città c’è un silenzio irreale: a Tombstone sono tornati i cowboys, i senza tetto né legge, i quattro della feroce banda Clanton-McLowery. Sono all’OK Corral, pronti alla sfida che entrerà nella storia del West. C’è da chiamare i rinforzi, non c’è un minuto da perdere. Ma dove sono finiti Doc Hollyday, il vecchio medico con un debole per l’alcol ma anche una delle pistole più veloci del west? E i due fratelli dello sceriffo, Morgan e Virgil Hearp, il capo della polizia di Tombstone? Eccoli schierati, il gunfight può cominciare. E la sfida puntuale si ripete, oggi come allora, ogni giorno alla stessa ora per i cinefili che sognano di vivere per qualche istante con la stella da sceriffo appuntata sul cuore.
Mezzo minuto per vivere, mezzo minuto per morire. Tanto durò il duello all'ultimo sangue che il giornale locale (sottotitolo: «L'unico su cui potete leggere il vostro epitaffio prima di colazione») titolò così: «Tre uomini entrati in un attimo nell'eternità». Era il 26 ottobre 1881 e ad avere la meglio furono i buoni, Doc Hollyday, lo sceriffo Earp e i suoi fratelli. Una sparatoria che il cinema di tutti i tempi non si è mai stancato di raccontare facendo entrare Tombstone nella leggenda, e che ha trasformato i destini di questa cittadina di frontiera, qui dove la vita sembra essersi fermata a quel giorno di centoventiquattro anni fa, quello immortalato in una interminabile sequenza di pellicole western dedicate agli indomiti uomini che hanno fatto la storia del selvaggio West: nel 1939 da Gli indomabili di Allan Dwan con John Carradine e Randolph Scott, nel 1946 da Sfida infernale di John Ford con Henry Fonda e Victor Mature, nel 1957 da Sfida all’OK Corral di John Sturges con Burt Lancaster e Kirk Douglas, nel 1993 da Tombstone di George Pan Cosmatos con Kurt Russell e Val Kilmer, nel 1994 da Wyatt Earp di Lawrence Kasdan con Kevin Costner e Dennis Quaid. Pellicole che ripercorrono le gesta di quella sfida, attimo dopo attimo, pallottola dopo pallottola.
Ed è proprio anche grazie al cinema che Tombstone, «una città troppo dura a morire» recita il suo slogan, si è meritata l’iscrizione al National registered historic landmark come uno dei luoghi storici imperdibili d’America e vive ogni giorno, tutti i giorni, come in un grande vecchio kolossal in bianco e nero. Tutto è rimasto immutato, fermo al 1881: stessa strada con i lampioni a gas che segnano i punti delle sparatorie più celebri e il nome di chi da quel selciato non si è alzato mai più, stessi saloon come il Crystal Palace e l’Oriental Saloon dove si potevano incontrare le signore della notte dai soprannomi quasi letterari come madame Moustache, Lizette o Gold Dollar, stessi teatri come il Bird Cage dove davano appuntamento altre signore sempre di pessima reputazione, persino stessi menù con le costolette di maiale marinate nel whisky e gli hamburger di bufalo sul barbecue, serviti da cameriere pronte a trasformarsi in cantanti e ballerine tuttofare.
Una città che sembra ancora un incredibile set. Perché ogni giorno qui è la stessa storia. Ogni pomeriggio quando il sole è più alto e l’orologio segna le 14.30 la sfida puntuale si ripete. Emozionante come allora, melodrammatica come allora, ovviamente con lo stesso finale di allora. Di qui i buoni, di là i cattivi. Di qui gli uomini di legge, di là i fuorilegge. Si aggirano all’OK Corral, nient’altro che un recinto per cavalli, tra il bordello e l’ufficio dello sceriffo, tra un bicchiere di gin e una partita a poker e cominciano il replay del giorno più lungo. E a raccontare la storia di questa cittadina circondata dai cactus del deserto, a un centinaio di chilometri a sud est di Tucson, contea di Cochise, centro minerario fondato da un cercatore d’argento e che oggi si trova tra città fantasma e miniere in disarmo, tra giustiziati e giustizieri. Ogni mezz’ora la storia di Tombstone si ripete: è la voce del grande attore scomparso Vincent Price a narrarla, a ritornare con la memoria ai primi abitanti indiani Apache, poi all’arrivo della ferrovia sino ai tempi moderni, accompagnando uno show meccanizzato con figure animate dal laser, treni che sbuffano vapore e pallottole che saettano a mezz’aria. Persino il cimitero è stato ristrutturato come un’opera d'arte ad immagine e somiglianza di quello di oltre un secolo fa, mantenendo intatte lapidi e iscrizioni: Dan Dowd, impiccato legalmente. Geo Johnson, impiccato per errore. Newman Haynes «Oldman» Clanton ucciso, agosto 1881.
Nemmeno la più grande penna di Hollywood avrebbe potuto pensare a una interminabile sceneggiatura che ogni giorno si arricchisce di nuove comparse, di altre inquadrature, di diverse suggestioni. Qui il calendario è cadenzato da rievocazioni e celebrazioni tutte dedicate alla frontiera, una per mese, una per ogni uomo di legge o cowboy, in un incredibile flashback che sembra non finire mai. A cominciare dalla più celebre, la tre giorni dedicata a fine maggio proprio a Wyatt Earp, dove la città si traveste, tra sparatorie in mezzo alla strada, morti tra la polvere, signore cocotte in abiti ottocenteschi, uomini con la stella e gli speroni, finte esecuzioni, preti dal grilletto facile e immancabile elezione del più bel fuorilegge e del più austero uomo di legge. Ma chi vuole rivivere l’originale atmosfera western può partecipare anche ai Giorni dei vigilantes (dal 12 al 14 agosto), al Rendez-vous dei pistoleri (dal 3 al 5 settembre), ai Giorni dell’Eldorado (dal 21 al 23 ottobre) e a tanti altri appuntamenti che ogni fine settimana trasformano Tombstone nella città dove il futuro sembra non essere arrivato mai.
Ma non è tutta soltanto finzione. Lo spirito dell’Ovest indomito e selvaggio ha varcato realmente il millennio, ha lasciato tracce negli animi di chi qui è nato, tanto che la primavera scorsa centinaia di abitanti di Tombstone e dintorni si sono organizzati in squadre di vigilantes e, proprio come in un film, armati di pallottole e fucili, sono partiti per pattugliare, giorno e notte, la frontiera tra Arizona e Messico: volevano impedire a migliaia di messicani di entrare illegalmente negli Stati Uniti. Come in un vecchio film western si sono sistemati lo Stetson sulla testa, hanno lucidato lentamente gli speroni e infilato la Colt quasi al ralenty nel cinturone. E sono partiti, destinazione la frontiera. In nome della legge, in nome di Doc Hollyday e di Wyatt Earp. In fondo Tombstone non è cambiata, domani come allora sarà sempre la stessa città. Una città troppo dura a morire.