Tony, l’uomo della Terza Via che ha rilanciato l’Inghilterra

Premier a 44 anni, ha svecchiato il Partito laburista con iniezioni di liberismo Il suo ultimo successo: l’intesa di governo tra unionisti e repubblicani nell’Ulster

da Londra

Il 2 giugno 2001, alla vigilia delle elezioni che avrebbero incoronato Tony Blair capo del secondo governo laburista consecutivo, prima ancora che il premier raggiungesse lo storico traguardo di tre mandati di fila, la copertina dell'Economist recitava: «Vote conservative». In realtà, grazie a un divertente fotomontaggio, il settimanale della City immortalava un Blair sorridente e quasi un po' ridicolo, con tanto di capelli grigi cotonati e orecchini. Il volto era il suo, ma il contorno era quello di Margaret Thatcher. Un endorsement che tradotto voleva dire: votate laburista, perché la nuova Lady di ferro, o meglio il miglior connubio tra il liberismo conservatore e lo statalismo laburista è lui: Tony Blair.
Erano passati quattro anni dall'insediamento del giovane e rampante membro del Labour Party a Downing Street e il Regno Unito, compreso gli ambienti più ostili all'avvento dell'era laburista, si era accorto che già a 44 anni (tanti ne aveva quando venne eletto per la prima volta) questo scozzese, formatosi a Oxford come avvocato, e con un passato in una rock band, aveva doti da leader e carisma per poter affrontare le sfide di un Paese che usciva da 18 anni di dominio incontrastato dei conservatori e chiedeva - nonostante i traguardi raggiunti dal thatcherismo - una politica di riconciliazione fra le parti sociali.
Blair è diventato così "the right man", l'uomo giusto al momento giusto: l'artefice di quella "Terza Via" britannica che ha rivoluzionato il partito e ha abbattuto la tradizionale dicotomia fra destra e sinistra, l'inventore, insomma, del New Labour. Blair ha rifondato il suo partito, trasformandolo da cenerentola della politica inglese a formazione di governo di lungo corso. Lo ha fatto seppellendo vecchi fantasmi della sinistra europea e antichi retaggi del Labour e proponendo il rivoluzionario abbandono di formule arrugginite come la "clause four", la clausola contenuta nella statuto del partito secondo la quale i settori chiave dell'economia dovevano essere affidati alla proprietà pubblica.
Blair ha trasformato il Labour proponendosi come grande comunicatore, che usa - a volte abusa - degli spin doctor, gli uomini-ombra artefici della comunicazione e decisivi nell'orientamento dell'opinione pubblica. Lo ha fatto incarnando quella Third Way che ha superato il thatcherismo, salvando il meglio delle politiche conservatrici. Lo ha fatto dando vita al Blairismo. Per questo è stato criticato, attaccato dall'ala più dura del partito, che da un lato ha riconosciuto in lui l'artefice di vittorie fino ad allora irraggiungibili, ma che dall'altro ha mal digerito la concentrazione di carisma e potere in una sola persona.
Sì perché quello che ha fatto e fa di Blair un capofila brillante, un leader che oggi il neoeletto presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy vorrebbe imitare, sono state anche e soprattutto le sue scelte coraggiose quanto impopolari, prima fra tutte la decisione di schierare il Paese al fianco degli Stati Uniti nella guerra in Irak. Blair paga oggi il prezzo di quella scelta, ma lo fa dopo essere diventato un modello, un simbolo di governabilità, non solo per la sinistra europea.
Poi ci sono i risultati, quelli concreti: un decennio di crescita economica (che fa del Regno Unito la quinta economia più forte del mondo), inflazione bassa, diminuzione dell'8% del debito pubblico, 300mila disoccupati in meno (oggi sono un milione e 700 mila, fra i livelli più bassi nella Ue), indipendenza della Banca d'Inghilterra. Ci sono le conquiste sociali, tra cui l’introduzione del salario minimo. Maggiore sicurezza: dal 1997 il tasso di criminalità si è ridotto del 35 per cento. E poi riforme costituzionali storiche, come la devolution in Scozia, Galles e Irlanda del nord e la probabile fine dei seggi ereditari alla Camera dei lord.
Le sfide da affrontare sono ancora tante: il Paese chiede che vengano migliorati trasporti e servizi ospedalieri, pretende prevenzione e protezione dagli attacchi terroristici, cerca una nuova via al multiculturalismo e vuole chiarezza sugli scandali degli ultimi anni (vedi il cash for honours, finanziamenti in cambio di seggi). In ballo ci sono questioni ancora più grandi: il cambiamento climatico, che Blair, paladino lungimirante della causa, ha già imposto come tema della futura campagna elettorale e il Trattato costituzionale europeo. Forse Brown, artefice dei successi economici di questi anni, riuscirà ad affrontare le sfide. Forse il Paese chiederà l'intervento di David Cameron, il giovane leader conservatore in piena ascesa. Intanto il premier ha chiuso la partita con un altro successo: la pace tra unionisti e repubblicani nell’Ulster. Il suo nome è già nella storia.