Tony Negri fa ciao ciao al socialismo

«In questo momento storico è ancora possibile usare per le nuove generazioni la parola “socialismo”?». La risposta è negativa persino da parte di Tony Negri, che forse non riuscirà mai a levarsi di dosso lo scomodo appellativo di «cattivo maestro», ma certamente, in riferimento a questa affermazione, può contare su ampi consensi.
L’ultima sua fatica editoriale echeggia nel titolo quel Good Bye Lenin! del regista tedesco Wolfgang Becker che tanto ci ha divertiti (e non solo) con il suo amaro e grottesco amarcord del socialismo reale della Germania dell’Est. Dopo il successo internazionale di Empire, con Goodbye Mr Socialism (Feltrinelli, pagg. 200, euro 9.50) Negri prende definitivamente congedo dall’idea socialista, persuaso che la sua prospettiva, quella di prendere il potere (con le buone o con le cattive) e di mettere le mani sul capitale (con la rivoluzione o con la redistribuzione), sia del tutto inadeguata al mondo attuale, decentralizzato e polverizzato in una molteplicità di rapporti, reticolari e multiformi, in cui emerge una grandissima facilità di comunicazione storicamente inedita e carica di eccellenti potenzialità, molte delle quali non ancora esplorate.
«Il socialismo ci ha dato tutto quello che poteva darci, un altro modello per gestire il capitale, un’altra figura per essere padroni. Adesso è possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi»; fin qui non si può che convenire, anche perché affermazioni di questo tenore, nella loro genericità, possono essere lette in modi molto diversi; viceversa, il terreno su cui è più difficile seguire le sue analisi, sempre brillanti, è quello in cui viene rappresentata una prossimità politica fra la «moltitudine», che nel suo linguaggio rappresenta la massa dei subalterni dopo l’eclisse della classe marxianamente intesa (eclisse dovuta alla fine del sistema di fabbrica tradizionale, il cosiddetto taylorismo) ed i movimenti, a suo avviso i possibili attori di quella rivoluzione a cui non ha mai smesso di votarsi. In altri termini, Negri sostiene che i movimenti antagonisti siano l’espressione politica della moltitudine dei ceti popolari che, ai quattro angoli del pianeta, per lo più subiscono gli effetti perversi della globalizzazione; si tratta, con ogni evidenza, di un’operazione autoreferenziale che è tipica della cultura di sinistra: nella sfera politica, i ceti subalterni sarebbero necessariamente rappresentati da coloro che dicono di averli come proprio riferimento privilegiato, cioè dalla sinistra appunto, salvo poi scoprire che, il più delle volte, questi non solo votano altri partiti ma hanno cultura e mentalità di tutt’altro orientamento. Vecchia storia sulla quale non è il caso di indugiare.
La parte più interessante del libro è comunque quella in cui Negri parla della politica italiana: «L’Italia è da oltre un secolo un’anomalia a livello mondiale» \. È un modello politico valido su scala mondiale?, lo incalza l’interlocutore del libro, Raf «Valvola» Scelsi. Non senza onestà intellettuale, Negri riconosce la carica di modernizzazione portata da Berlusconi, e il fatto non casuale che la sua leadership sia stata mal percepita da Confindustria e dai «poteri forti»; segnata l’ovvia ed incolmabile distanza politica che lo separa della destra neoliberale, in ogni caso, le affermazioni più pensate le riserva alla sua parte politica, la sinistra, sottolineando impietosamente i limiti dell’attuale classe dirigente, sprovvista di un minimo di carica ideale e, cosa ancor più grave, di un qualsiasi programma politico a fronte delle radicali trasformazioni che la globalizzazione sta apportando nel mondo contemporaneo. «La sinistra attuale fa paura», arriva a dire, anche se indubbiamente fanno più paura i black bloc e gli altri gruppuscoli apertamente violenti attivi all’interno dei «movimenti», di cui non si stanca di tessere l’elogio.
I limiti di quanto ci viene esposto in questo libro sono gli stessi che da sempre accompagnano la sinistra radicale: come si diceva un tempo, la pars destruens è certamente brillante e non priva di acutezza; la pars construens inesistente e, per quanto emerge, inquietante nel suo costante sforzo di legittimare forme di inciviltà della lotta politica, che là dove si svolge in contesti democratici non ha alcuna giustificazione se sceglie di fare opzione per la violenza.