Tony Scott, jazzman emigrante messo al bando dall'Italia

All'apice del successo, Scott tornò in patria. E fu discriminato perché vestiva di nero e suonava con Romano Mussolini. Ora lo ricordano un film e un festival

Salemi (Trapani) - «Il siciliano è un africano che sa nuotare bene» istrioneggiava Tony Scott, lui che più di tanti che ci sono nati sentiva sua l’isola. Sono la Sicilia, e l’Italia, a non aver mai sentito proprio il più innovativo clarinettista che il jazz abbia mai avuto. Ma bollato dalla cultura italiana «militante» come uomo di destra e per questo emarginato. Che tradimento dimenticare un gigante così, uno «scaracchio in faccia all’arte», direbbe Henry Miller, da parte di un Paese che non si è accorto di avere in casa un talento la cui fama mondiale ha tramutato in fame. Di riconoscimento se non di successo e dignità, negata fino alla morte: da tre anni è sepolto a Salemi, il paese siciliano da cui i suoi genitori partirono verso l’America, ospite della tomba di un lontano parente perché morto troppo povero.

Per risvegliare la nostra pigra memoria storica, Renzo Arbore ama raccontare la storia di Nick La Rocca, altro emigrante siciliano, che registrò il primo disco di jazz nel 1917, prima di Louis Armstrong. Allora a New Orleans approdava il «Montebello», il piroscafo che trasportava cotone al porto di Palermo e di ritorno gli emigranti. Che nella valigia di cartone portarono il loro estro, la tradizione bandistica e lezioni di solfeggio che si mescolarono con l’istintività dei neri, unendo le rispettive emarginazioni, gli ex schiavi e gli italiani, i «dago», mafia, spaghetti e musica.

Scott, nato Anthony Joseph Sciacca, per integrarsi si cambiò il nome. Come tanti altri big del jazz e dello spettacolo: il cantante Frankie Laine (Francesco Lovecchio da Monreale), il chitarrista Joe Pass (Giuseppe Passalacqua da Gualtieri Sicaminò), tutti di origine siciliana, propio come Luis Prima e, in tempi più vicini, Chick Corea e Joe Lovano.

A New York la carriera di Scott esplode. Charlie Parker assiste a una sua esibizione e gli chiede: «Can I play with you?». Sarà tra i pochissimi bianchi a suonare con Bird. E a diventare amico di Billie Holiday, per la cui voce strepitosa arrangerà anche Lady sings the blues. Al culmine della carriera partirà per l’Asia, e inventerà la World Music, il suo disco più famoso, Music for Zen Meditation, è il Sacro Graal di tanti musicisti, Beatles inclusi.

Ma Scott aveva il certificato di nascita negli Stati Uniti e il cuore in Italia. «A Salemi - rievoca il regista Franco Maresco - arriverà nel 1968, un mese dopo il terremoto del Belìce, per poi trasferirsi definitivamente in Italia: il più grande errore della sua vita».
Maresco, interrotto il sodalizio di Cinico tv con Ciprì, ha raccolto un’intervista a Tony Scott poco prima che morisse (nel 2007) e decine di testimonianze e filmati inediti in un documentario che sarà presentato il 10 agosto a Locarno. Titolo: Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz.
Erano i «militanti» anni 70 e in Italia si tagliava il mondo in due. Scott vestiva di nero e suonava con Romano Mussolini: fu subito bollato superficialmente come «fascista» dalla cecità del culturame dominante e ai concerti c’era chi lo scherniva battendo i tacchi o facendo il saluto romano. Marchiato come Lucio Battisti e altri artisti che non allineati nell’impegno a sinistra. Ma Scott, pagò con l’esclusione da tutti i palcoscenici importanti.

Maresco mastica amaro: «La sua grandezza non è mai stata capita o forse proprio per questo è stato emarginato. Oggi c'è chi se ne pente. Ma sta di fatto che ad esempio a Umbria Jazz non è mai stato ufficialmente invitato. Tony non lo dimenticava: mi ha raccontato l'ultima moglie che rifiutò di stringere la mano al patron della manifestazione, Carlo Pagnotta».

È troppo tardi per cancellare questa vergogna, ma va almeno ridato il suo posto a un gigante della storia della musica: «Spero che il mio film spinga gli appassionati di jazz italiani a riscoprirne la musica e la storia: è più facile trovare suoi dischi in Giappone e negli Usa che in Italia».

Forse una speranza c’è, se a riscoprire Scott c’è un regista di sinistra come Maresco e un liberale come Vittorio Sgarbi. Il sindaco di Salemi ha deciso che il paese darà una sepoltura degna al suo concittadino e un monumento, affidato allo scultore siciliano Lorenzo Reina. Il 30 settembre sarà proiettato in anteprima il film di Maresco, e dal primo ottobre si terrà un festival jazz a lui dedicato. Così finalmente Salemi applaudirà il «suo» genio, Tony Scott.