A Torino la grande parata dei colossi di pietra

Una specie di visione d’oltretomba nel nuovo allestimento curato da Dante Ferretti

Nella festosa Torino delle Olimpiadi anche i morti sembrano svegliarsi. Gli antichi Faraoni, colossi di pietra che sfidano i millenni, si ergono sotto il cielo stellato di una notte cupa e rossa. Con le loro sagome zoomorfe e levigate emettono lamenti che giungono dall’oltretomba, a ricordarci che esistono ancora. I re Thutmosi III, Amenofi II, Tutankhamon, Horemheb, Ramesse II, Sethi II, con i loro principi, cortigiani, e divinità come Ptah, Amon, Hator, rimasti quieti nelle loro alcove da oltre un secolo e mezzo, mostrano fieri volti, corpi, muscoli, sorrisi enigmatici.
A risvegliarli dal lungo sonno è stato il nuovo allestimento del Museo Egizio, curato dallo scenografo cinematografico Dante Ferretti, che ha deciso di far rivivere sotto un nuovo aspetto le statue monumentali che migliaia di anni fa rappresentavano dei e faraoni. Ha infatti rivoluzionato il pallido assetto ottocentesco delle grandi sale a pianterreno, ricoprendo le pareti di una “pelle” rosso scuro, e illuminando le statue con fasci di luce dall’alto e diagonali. Grandi specchi rendono tridimensionale la visione dei colossi, accompagnata da una suggestiva colonna sonora, spaziale e funerea. Bello, da brivido.
Il Museo Egizio, collocato ancora, e giustamente, nella sua sede naturale, in via Accademia delle Scienze, è in corso di risistemazione. Secondo per importanza, dopo quello del Cairo, è dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura egizie. Fondato ufficialmente nel 1824, riuniva inizialmente oggetti di varie collezioni private. Anima dell’operazione era il piemontese Bernardino Drovetti che, a servizio di Napoleone, aveva aggiunto alla collezione 5268 oggetti trovati in Egitto, tra cui 100 statue, 170 papiri, stele, mummie, bronzi, amuleti, utensili quotidiani. A farne una prima catalogazione era stato Jean-François Champollion, mentre Ernesto Schiaparelli, divenuto nel 1894 direttore del Museo, aveva arricchito la raccolta con migliaia di reperti trovati durante scavi in varie città egiziane.
La lunga storia del museo arriva fino al 6 ottobre 2004 quando diventa Fondazione, rappresentando un primo esperimento di costituzione, da parte dello Stato, di uno strumento di gestione museale a partecipazione privata. Ne sono fondatori il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e vari enti piemontesi. I 6.500 oggetti esposti sono solo una piccola parte dei 26.500 nei depositi, in attesa di una catalogazione informatica e cartacea.
Il percorso, rinnovato e cronologico al piano terra, permette di ammirare in una stanza, a sinistra, papiri e geroglifici e, a destra, accanto alle statue dei Faraoni il tempio di Ellesija, donato dall’Egitto all’Italia per il ruolo avuto nel salvare i templi della Nubia, nella campagna Unesco. Nel piano interrato scorrono i resti di vari insediamenti portati alla luce a Gebelein, Assiut e Qau el-Kebir.
Al piano superiore, ancora tradizionale, il tragitto è invece tematico. Vari ambienti conducono il visitatore tra tombe, sarcofagi lignei, mummie, cibi e oggetti. Spiccano la ricchissima Tomba di Kha, architetto, e della moglie Merrit, il grande affresco della Tomba di Iti, comandante del re, sepolto a Gebelein. Ci sono anche mummie di ignoti dell’Antico Regno. E mille personaggi, più presenti che mai, come quella ballerina di 3200 anni fa, che si snoda come una pattinatrice su una tavoletta di calcare dipinta, o il funzionario Penshenabu, che viveva nel villaggio di artigiani di Deir el-Medina, colto mentre dedicava un altare al dio Amon-Ra.
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