A Torino il museo «Città della Parola»

Domani nell’ambito della Celebrazione della Giornata Internazionale della Lingua madre organizzata dall’Unesco a Parigi verrà ufficialmente presentata da Vittorio Bo la «Città della parola». Si tratta di un Museo singolare, un Museo delle lingue, mai creato finora, per l’arditezza dell’idea e la vastità dell’operazione. Per quanto la centralità della parola sia un fatto ormai assodato non esiste in Europa un luogo aperto a tutti che sia contemporaneamente un museo e un centro di ricerca, un atelier e una sede di mostre, una biblioteca e un archivio, uno spazio visitabile interamente dedicato alla parola nei suoi aspetti fonici, visivi, materiali, estetici, comunicativi, giocosi, antropologici, letterari, filosofici, linguistici. Oggi sulla Terra si parlano 5.500 idiomi diversi, senza contare i dialetti, i gerghi o le lingue sacre. Ma tale inestimabile patrimonio di cultura si impoverisce progressivamente perché ogni anno 235 lingue scompaiono irrimediabilmente. Ciò che accade è conseguenza del fatto che l’80 per cento dei linguaggi non riesce a comunicare; cioè i gruppi di persone che li esprimono non interagiscono con il mondo esterno e finiscono col dissolversi.
La «Città della parola» non si propone soltanto la protezione delle lingue in via di estinzione, e punta invece, proprio nell’epoca dei segni e delle parole globali, a recuperare il senso dell’origine e della ricchezza dei linguaggi nelle loro variazioni e distinzioni.
È un’impresa internazionale e nascerà a Torino, con molta probabilità al Politecnico. Sarà divisa in tre parti distinte. Una, permanente, raccoglierà in modo stabile codici di ogni genere, presenterà le migrazioni e le trasformazioni, ne analizzerà le relazioni con gli strumenti (dal papiro al computer) arrivando anche a considerare le espressioni specialistiche in cui la parola si articola comprendendo dal gergo scientifico a quello giuridico.
Una seconda parte avrà un carattere temporaneo, ospitando mostre capaci di presentare forme diverse di linguaggio, dall’arte ai giochi enigmistici. E sempre in questo ambito sorgerà una sorta di università della parola per formare specialisti e indagare i rapporti fra le lingue.