Torna di moda la voglia di antipolitica

A seguire i giornali, e i discorsi di certi politici, è come se negli ultimi giorni abbia preso a soffiare sull’Italia un vento maligno, portatore di un morbo specialissimo, definito come il male della politica. E improvvisamente, governo, Parlamento e partiti hanno scoperto che i problemi più semplici si sono fatti irrisolvibili, di qui una separazione fra i cittadini, la società, le istituzioni. D’Alema preconizza una fine della Seconda Repubblica simile a quella che, ai primi anni ’90, portò alla fine della Prima. C’è chi azzarda che D’Alema estenda all’universo mondo inquietudini che lo riguardano da vicino, lui e la sua parte politica. I più, però, tirano in ballo il tema della crisi della politica che non sarebbe di questa o quella parte politica, ma di tutti, mal comune assoluzione certa.
A dare voce e fiato al dibattito, è apparso nelle librerie il saggio di due firme del Corriere, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, dal titolo La casta, nel quale ci si sofferma su fenomeni che in verità non sono di oggi: la politica costa sempre più, anche perché a viverne sono in tanti, mai così tanti come oggi. Il tema esiste, ma non è nuovo. Qualche anno fa uscì sullo stesso argomento il saggio di due senatori dei Ds, Cesare Salvi e Massimo Villone, usciti di recente dal Pd. Mi colpì allora la tesi di un allargamento del professionismo dai rami alti della politica (governo, Parlamento, vertici dello Stato) ai rami medio-bassi, comuni, circoscrizioni, comunità montane, estese come si sa fino al livello del mare. Contribuisce al fenomeno la generosa creazione per ogni dove di piccole Iri di periferia, ciascuna con le loro presidenze, i consigli di amministrazione, le loro burocrazie, preda della bulimia di potere dei partiti. E la estensione del professionismo ai rami bassi della politica, quelli del vecchio agit-prop di partito o di sindacato, aiuta a uscire dal generico, a capire la natura e le responsabilità di quel che succede. La moltiplicazione delle presenze politiche e partitiche è il segnale di una statizzazione crescente della società, è il vero processo degenerativo della politica.
Il libro dei due senatori non sfuggì all’attenzione di osservatori attenti, niente a che vedere però con il successo di La Casta, uscito a puntino per raccogliere e allargare a dismisura il dibattito di questi giorni sulla crisi della politica, che sarebbe totale, e totalizzante. E che per essere tale annega le responsabilità reali, quelle del governo, anzitutto, in un quadro generale che chiama in causa tutti, e dunque nessuno.
Il fenomeno della dilatazione della presenza politica è reale, ma non nasce oggi, né nasce oggi la letteratura su di esso. La mia generazione rifletté negli anni ’60 su di un saggio di Milovan Gilas, dal titolo La Nuova Classe. Si rivelava da parte dell’autore, leader comunista autorevole nella vicina Jugoslavia, che in quel Paese la favola della classe operaia al potere nascondeva la realtà di una burocrazia di partito alla testa di fabbriche, uffici e servizi dello Stato, enti culturali. Era, spiegava Gilas (che per questo finì in galera) una nuova classe solo perché sconosciuta nella letteratura marxista. Venti anni più tardi, uscì dall’Urss e si diffuse in Europa «La Nomenklatura» di Vosslenskij, una nuova classe estesa fino a costituire una sorta di occupazione capillare della società sovietica: una peste che di lì a qualche decennio porterà al collasso l’Unione Sovietica.
Parliamo, dunque, di fenomeni vecchi, noti, che hanno riempito il «secolo breve» appena concluso, si trascinano in quello che viviamo, soprattutto in Italia ove certe ideologie sopravvivono, e sono al governo. Esiste dunque, una letteratura che consente, facendo le ovvie differenze e proporzioni, di capire quello che succede. E che non è effetto dei venti, né di influssi astrali maligni.
a.gismondi@tin.it