Torna lo scandaloso Guido da Verona lo scrittore dandy ebreo e fascista

Settant'anni fa moriva uno dei romanzieri più famosi della sua epoca, secondo solo a D'Annunzio. Un bestsellerista degli anni Venti oggi dimenticato, ma che vale la pena recuperare. Infatti riappaiono in libreria un paio dei suoi titoli più famosi e «immorali»...

Veramente quel «da», tra il nome e il cognome, ce lo appiccicò lui stesso, un modo per omaggiare Gabriele D'Annunzio, di cui era grande estimatore. E nella città di Verona - particolare curioso di una vita già di per sé parecchio bizzarra - non ci capitò mai, neppure per sbaglio. Del resto Guido Da Verona (Saliceto Panaro 1881 - Milano 1939) fu personaggio quanto mai anomalo, "protagonista", contraddittorio. Oggi, a settant'anni dalla morte, non lo ricorda più nessuno, se non qualche italianista, ma subito dopo il suo mito Gabriele D'Annunzio (del quale tradusse l'ideale eroico e superumano in pagine ricche di fascinoso realismo borghese) fu probabilmente lo scrittore più popolare tra le due guerre, o per lo meno di tutti gli anni Dieci e Venti.
Dopo gli infelici esordi come poeta e a partire da «Colei che non si deve amare», capostipite del romanzo d'appendice e della letteratura erotica, pubblicato nel 1901, il bel Guido - dandy, raffinato, dissipatore, amante delle belle auto e dei cavalli, accanito giocatore, vero tombeur de femmes - iniziò ad inanellare successi da centomila copie a titolo, come «Con tutte le vele» (1910), «La vita comincia domani» (1913) o il celeberrimo (per l'epoca) «Mimì Bluette, fiore del mio giardino» (1918), «La mia vita in un raggio di sole» (1922) fino a «Mata Hari: la danza davanti alla ghigliottina» e «Azyadeh, la donna pallida», entrambi del 1927. Tutti romanzi massacrati dalla critica, che considerava Guido da Verona un insignificante pennivendolo (Adriano Tilgher lo definì il «D'Annunzio delle dattilografe e delle manicure», anche se altri recensori scrissero molto peggio...) ma coronati da uno straordinario successo di pubblico e di vendita. I soldati nelle trincee della Prima guerra mondiale e le "sartine" nelle case di provincia (ma anche qualche signora dei salotti cittadini, e poi studenti, camerieri, impiegati, segretarie...) non aspettavano che l'uscita di un suo nuovo libro. Come attesissimo fu anche un romanzo «anomalo» rispetto allo stile dello scrittore modenese come «Sciogli la treccia, Maria Maddalena», del 1920, un bestseller di quella stagione e che oggi torna in una nuova edizione curata per la casa editrice Avagliano da Riccardo Reim, sempre sulle tracce del curioso, del finto morboso, del gioco letterario datato ma molto gustoso. Romanzo «impudente», «morboso» e «blasfemo», di certo problematico e polemico, il romanzo disorientò la critica contemporanea ma incontrò ancora una volta un clamoroso favore del pubblico - scatenando i consueti scandali - grazie all'innegabile capacità dell'autore di interpretare le fantasie snob ed erotiche della borghesia del suo tempo, adattando i miti decadenti e dannunziani a quegli strati sociali che nel secolo precedente erano stati i consumatori della narrativa d'appendice: in queste pagine, estetismo e superomismo trovano (non senza una punta di ironia e una spruzzata di esotismo) la loro consacrazione a livello di una destinazione di massa. Come scrive Riccardo Reim nella sua prefazione al romanzo, Guido Da Verona, vero autore "da incasso", più di tutti segnò «il passaggio dal romanzo d'appendice al romanzo di consumo».
Guido Da Verona fu a suo modo un simbolo della Belle époque, di cui seguì i luminosi fasti e poi l'improvviso tramonto. Firmatario del «Manifesto degli intellettuali fascisti» nel 1925, nel 1929 pubblicò ancora una fortunatissima parodia dei «Promessi Sposi» (appena ripubblicata dalle edizioni Otto/Novecento, è una strepitosa rivisitazione dai toni goliardici della celebre opera di Alessandro Manzoni trasposta nell'attualità degli anni Venti: Lucia è una tipica bellezza di provincia, parla francese e per farsi strada a ogni costo, non si rifiuta a nessuno, tranne che a Renzo, che viaggia su una Fiat 525, mentre Don Rodrigo su una Chrysler. L'astuto Don Abbondio, invece, va a letto con la perpetua e converte i vecchi Buoni del Tesoro in Prestito del Littorio. Per non parlare della monaca di Monza, lasciva e con spiccate tendenze lesbiche...) ma poi, diventato un'intellettuale inviso dal Regime, al quale non piacevano certo le alcove, gli amori saffici e le passioni di una notte narrati nei suoi scandalosi romanzi, Guido Da Verona si chiuse progressivamente nel silenzio. Di famiglia ebraica, fece a tempo ad assistere l'approvazione delle leggi razziali e poi nell'aprile del 1939, ormai depresso, impaurito e malato, si suicidò. Una fine per alcuni ancora avvolta nel mistero. Come misterioso rimane l'ostracismo critico-storiografico postumo. Dettato forse da ragioni assai più politiche che letterarie...