Torniamo alla Ruota degli esposti

Marcello D’Orta

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Faccio il segno della croce nella speranza che l’articolo che mi appresto a scrivere soddisfi non dico tutti, ma la maggioranza dei miei lettori, mettendomi al riparo dalle e-mail che mi giungono sempre più spesso, nelle quali mi si accusa a settimane alterne di essere «sfacciatamente di destra» (menzogna! sono uno sfacciato di Centro), «troppo meridionalista» (esagerati, sono meridionalista quanto basta), «sensibile a certi richiami della sinistra» (se certi richiami della sinistra si chiamano Sabrina Ferilli, ebbene sì, sono sensibile), eccetera.
Mi affido alla protezione di Nostro Signore, perché devo affrontare un tema molto delicato, l’aborto, e siccome su quest’argomento l’Italia è divisa, spero che non mi giungano insulti, contumelie e «va a morì ammazzato!» da chi non la pensa come me.
Dunque, cominciamo.
Napoli, 17 luglio 1852, ore 21. Una mano anonima depone nella ruota dell’Annunziata, un fagotto contenente un neonato. La ruota dell’Annunziata è un congegno in uso al relativo ospedale, che consente l’abbandono delle creature appena nate senza che si possa risalire a chi ha compiuto il gesto. La Casa dell’Annunziata, annessa al nosocomio, si regge grazie al contributo materiale dei cittadini e dei sovrani, e sorge in zona Forcella. Il meccanismo della ruota è in funzione sin dal 1300. Nessuna possibilità è data di conoscere il volto di colui che affida alla Provvidenza il figlio: deposto infatti l’involto nell’apposito vano, il genitore suona una campanella e fugge via. All’interno dell’edificio, una pia mano gira la ruota, e il fanciullo è accolto da una suora o da una balia. Il bimbo è subito lavato, rivestito, curato da un medico e battezzato (in genere il nome scelto è quello del santo del giorno, il cognome quello di Esposito, perché in seguito il piccolo sarà esposto a chi lo vuole adottare), quindi iscritto nel registro della Casa. Altri cognomi sono Diotallevi, Diotiguardi, Genito. Ma per tutti, quelle creature sono i «figli della Madonna» (il popolo napoletano considera la Vergine Annunziata una madre adottiva).
Alcuni neonati portano indosso piccoli oggetti che fungono un po’ da «segni di riconoscimento» (la metà di una medaglietta, una mezza moneta o fotografia) a cui le mamme affidano la speranza di poter un giorno riprendere il figlio, riconoscendolo fra tanti.
Quella sera del 17 luglio, quando la campanella suona, il neonato che si presenta agli occhi amorevoli della suora porta «i seguenti segni: un pezzo di tela e le orecchie bucate». Gli è imposto il nome di Vincenzo Genito, ma nel certificato di nascita si commette un errore, e si scrive Gemito. Il bimbo, registrato con la lettera Q e il numero 1191, sarà destinato a diventare il più grande scultore napoletano, e uno dei massimi in Italia.
Nell'articolo apparso sul nostro quotidiano il giorno 24, Antonio Socci ricorda che ogni anno sono praticati nel mondo 53 milioni di aborti, e che nel corso del Novecento si è superato di molto il miliardo. Di queste cifre agghiaccianti si parla poco o nulla poiché «una gigantesca rimozione vige tuttora nelle nostre coscienze, nel nostro sistema informativo e culturale».
Se a questo numero di per sé già enorme si aggiungono le vite soppresse dalle pillole del giorno dopo, le pillole del giorno prima, le pillole del giorno presente, oltre che dagli altri sistemi di contraccezione meccanica, solo Dio sa a quale cifra si arriva. Calcolando poi che questi esserini non nati, se fossero venuti al mondo avrebbero potuto sposarsi e fare figli, lo sterminio assume le proporzioni di un’ecatombe immane.
L’aborto è sempre esistito, ma che diventi una pratica «pubblica, autorizzata e finanziata dagli Stati», a me pare cosa gravissima e indegna di un Paese civile. Socci ricorda anche che esistono alcune nazioni, come la Cina, dove l’aborto, in taluni casi, è addirittura obbligatorio (esiste infatti il limite di un solo figlio per famiglia: «Crescete, ma guai a moltiplicarvi!»). La ruota dell’Annunziata fu soppressa nella seconda metà dell’Ottocento. Oggi è un «cimelio», osservabile dall’interno dell’ospedale.
Quando ascolto dalla tv che un neonato è stato gettato in un cassonetto dell’immondizia, o soffocato con i cuscini, quando leggo che decine di milioni di vite sono state soppresse nel grembo diciamo così materno (e non sempre per disperazione), penso che a riattivare quella ruota non sarebbe gran male. È vero, ci ficcavano dentro anche bambini di sei, sette e perfino dieci anni (per farli entrare li ungevano con olio o grasso) e quando essa si metteva in moto il corpo del disgraziato sovente si spezzava in qualche parte, ma la barbarie dell’aborto non ha confronto se non con gli stermini perpetrati dall’umanità satolla sull’umanità affamata, e anzi la sopravanza.
Così la penso io, e se penso male, lasciate che sia solo il Padreterno a spedirmi un’e-mail.
mardorta@libero.it